Cinema e radici fluttuanti – Intervista a Emma Onesti
In Dove Siamo?, disponibile sulla piattaforma ZaLab View, la regista Emma Onesti filma per un anno la vita della famiglia di suo fratello Simone, un bambino nello spettro autistico. Nel film, lo sguardo alla neurodiversità, ricorrenza cinematografica spesso impigrita e normativizzata, abituata a farsi fulcro drammatico, pretesto patemico strappa lacrime, vettore emotivo dall’ammiccamento facile, si ripulisce da questi artifici retorici tramite la documentazione del delicato, abitudinario e sottile intrecciarsi di relazioni nella quotidianità di un anno di vita che, anche se guardato con soppesato rigore osservativo, diviene via via sempre più affettivo, immediato, caldo come un film famigliare. Parliamo con lei del film, premiato al Filmmaker Festival del 2023 e al Front Doc 2024 e dei suoi primi passi da regista.
Quando si lavora con una materia così personale come si riesce a rimanere osservativi?
La macchina da presa ha un ruolo fondamentale, era un protesi, uno schermo di distanza e insieme di avvicinamento. Scena dopo scena si costruisce un rapporto che è sia familiare che cinematografico. Simone è nato dal secondo matrimonio di mio padre. Documento una famiglia che è mia e non è mia, perché, pur facendone parte, non la conoscevo nella quotidianità. È un film che nasce da una distanza, sorge dalla volontà di stabilire un legame non solo con Simone, ma con tutto il nucleo famigliare.

Un film su un avvicinamento.
È un film complicato da descrivere, perché è un anno di vita e insieme è il suo racconto, un pedinamento che tiene unito quotidiano ed eccezione. Un avvicinamento calibrato. Ecco perché l’oggetto camera si sente tantissimo, ha un vero e proprio ruolo, crea relazione.
Le traiettorie di Simone rimango centrali.
È stato da subito attratto dalla macchina da presa. Mentre lo osservavo, lui osservava me. È silente, ma è l’unico a guardare in macchina. A poco a poco però, tutti i soggetti si dimenticavano un po’ della camera. La mia priorità era tentare di non estetizzare nulla, rimanere osservativa, mantenere un equilibrio.
Come altri rari esempi, è anche un modo diverso di raccontare la neurodiveristà.
La relazione tra cinema e neurodiversità era il tema della mia tesi di Laurea. Presto inizierò un laboratorio di audiovisivo con ragazzi con sindrome di down, dedicato al tema del’autorappresentazione. Fa parte di una ricerca che coltivo da tempo. Mi interessa molto il ruolo che le nuove tecnologie ricoprono in questo ambito, sia dal punto di vista espressivo e artistico, sia nelle loro implicazioni terapeutiche, penso alla virtual reality. Questo film è stato un modo per continuare a studiare e allo stesso tempo un modo per tradire questo studio, di metterlo nel mondo, nella mia vita. Alla fine, non è l’autismo il protagonista del film. Al centro c’è la diversità di ognuno dei personaggi, il loro mondo specifico, più che la neurodiveristà di Simone.
Lo definiresti un home movie?
Lo è nella misura in cui segue momenti domestici e quelli più straordinari delle vacanze, come facevano i film diario di Jonas Mekas, ma è soprattutto una ricerca, l’osservazione di un sistema, in questo caso quello di una famiglia, una dinamica condivisa che si rinnova nella quotidianità. Sapevo che volevo girare un anno, seguire il ritmo delle stagioni. Per il resto, è stato tutto intuitivo. A seconda della situazione domestica o itinerante capivo il ruolo della camera.

Nel corto ‘Tatiana’ e ‘I giorni insieme’ hai un approccio più osservativo.
Tatiana si concentra su un personaggio solo e tenta di riunirne le tante sfaccettature, quella di scultrice, di disegnatrice, il suo passato in Russia. I giorni insieme documenta la realtà dei volontari e degli educatori sociali. È un lavoro su commissione, ma in tutti questi progetti non ho voluto appoggiarmi all’impianto classico dell’intervista, del racconto verbale. Mi piace far scoprire il personaggio tramite le immagini. Nascono da premesse diverse rispetto a Dove siamo?, dove sono coinvolta personalmente.
In ‘Potos’ invece, presentato al Filmmaker 2024, parli ancora di famiglia.
È un cortometraggio che abbiamo realizzato all’interno di un laboratorio tenuto dal duo artistico Masbedo, una sperimentazione che coinvolge più linguaggi. Il Potos è una pianta molto adattabile, tra le più diffuse per fare la talea acquatica. Si taglia un pezzo dello stelo e, messo in acqua, forma delle radici trasparenti, continua a vivere. Nel corto faccio dialogare questo elemento con le foto di mia nonna, la mia bisnonna, donne della mia famiglia abituate come me a trasferirsi e cambiare luogo: radici senza terra, radici fluttuanti.

Oggi per gli artisti della tua generazione adottare linguaggi interdisciplinari sembra un prerequisito ovvio.
A me interessano le immagini. Da bambina mi sono innamorata del video, rubavo la handycam di mio padre. Poi ho studiato storia dell’arte e infine cinema. Mi piace il racconto del reale ma anche la videoarte, ibridare le immagini e le pratiche.
Ci racconti ‘Piccolo atlante balneare’?
È un’installazione in cui, all’interno di una cabina da spiaggia vintage, viene proiettato un film d’archivio che ho realizzato con Cinescatti e Lab80 in cui ho montato decadi di filmati amatoriali alla vita balneare italiana. Chiedevo a chi entrava di lasciare un ricordo scritto, anche la cabina stessa diventava archivio, luogo di memoria. È una piccola indagine sulla cultura della spiaggia, ma anche qui a interessarmi era soprattutto un’iterazione, una relazione.

Le tue ispirazioni?
Guardo di tutto, anche a teatro, ma amo quei documentari capaci di ibridare e scardinare il loro linguaggio come Purple sea di Amel Alzakout e Khaled Abdulwahed e Fast, Cheap & Out of Control di quel genio di Errol Morris. Il riferimento più o meno latente rimane Agnès Varda. Amo il suo modo di mischiare arte e vita, di rendere partecipative le immagini.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.