Role Model – Quando i punti di riferimento vengono a mancare
Da qualche anno il cinema europeo torna a riflettere sull’ambiente scolastico e sul bullismo che in esso viene fomentato e molto spesso passa sottotraccia agli occhi degli adulti, una tendenza cinematografica che è andata rafforzandosi una volta usciti dalla pandemia. Non solo Italia, Francia, Germania, ma anche il cinema dell’est ha dato il suo contributo. Ultimo della lista, solo per quanto riguarda le uscite italiane (al cinema con La Sarraz Pictures), è Role Model dello sloveno Nejc Gazvoda, un’opera minimale e onesta, priva di ogni retorica che immortala le esistenze spezzate di individui che vogliono e non sanno ricominciare.
Maja (Mojca Funkl) è una psicologa che a seguito della separazione dal marito ha lasciato Lubiana per trasferirsi con il figlio quattordicenne, Jan (France Mandic), in una cittadina più piccola. Conclusasi la seconda ondata di pandemia, le scuole riaprono e madre e figlio entrano per la prima volta nell’istituto scolastico dove uno è studente e l’altra psicologa. Per entrambi non sarà facile l’inserimento e nemmeno la permanenza. Jan sarà vittima di bullismo da parte dei compagni di classe e Maja, alle prese con un ragazzo che in lockdown ha tentato il suicidio, vedrà l’arrivo di una collega di supporto, come una mancanza di fiducia nei suoi confronti.

Giovani e adulti spezzati, ancora bloccati nell’eterno presente di una chiusura forzata che li ha resi alieni, fragili, rabbiosi, un tempo interminabile che ha offuscato obiettivi e infranto i sogni di seconde possibilità. Insicuri e storditi i protagonisti di Role model tornano a una normalità che sa di incompleto, a una realtà di mascherine, balli di fine anno senza pubblico e invitati, cattiverie gratuite in cui le vittime di prima cercano di omologarsi ai bulli alla ricerca di nuovi bersagli. Jan, più maturo dei suoi compagni, subisce senza ribellarsi, per non preoccupare la madre e perché uno dei suoi aguzzini è proprio quel ragazzo sovrappeso che tenta di suicidarsi, lei al contrario torna a gettarsi nel baratro dell’alcool perché non si sente valorizzata, perché la sua nuova vita è ancora più di serie B di quella che si è lasciata alle spalle.
Nello stordimento della ripresa e nella difficoltà di un nuovo adattamento al contatto, Gazvoda distrugge i modelli che dovrebbero essere forti nella società contemporanea, scuola e famiglia, lasciando gli adolescenti frastornati a seguire modelli irreali o diseducativi. Rapper, giocatori di calcio, o, come per Jan, vicini di casa pericolosi che sono musicisti ma anche detentori di armi in fuga. I modelli sbagliati spingono alla violenza ed è così che per la testa di Jan passa, neppure troppo furtiva, l’idea della vendetta, un atto senza ritorno capace di liberare e imprigionare allo stesso tempo. Ciò che colpisce in Role model è la totale assenza di retorica che lascia spesso alla chiarezza ruvida e senza illusioni che tende appena verso il futuro ma non lascia spazio ad un concreto lieto fine. Venato di un umorismo quasi grottesco che scivola innestandosi tra le salde radici del dramma, il film inquadra da diverse angolazioni i “problemi” dei suoi protagonisti, dando loro la possibilità di cambiamenti di posizioni repentini, perché l’indecisione e il ripensamento sono le chiavi di lettura di un’intelligenza che riemerge dall’anestesia del blocco. Pianti, grida, atti violenti culminano davanti alla macchina da presa, spesso fissa, come riti liberatori che tolgono macigni dal petto, permettendo di respirare nuovamente. E’ necessario mostrarsi nella propria natura, mostruosa e fragile per potersi riprendere la propria dignità: Maja vomiterà davanti alle telecamere, morderà sul collo la collega tanto temuta – che in effetti mansueta non era – e finirà con il chiedere al figlio se è stata all’altezza. Mentre Jan imbraccia il fucile, punta quasi a dimostrare a sé stesso che può farcela, per poi prendersi sulle spalle il fardello del titolo di “sfigato” (anche in questo può farcela) così da liberare il coetaneo che era certo di odiare profondamente.
Role model è una piacevole scoperta, l’apertura su un cinema balcanico che merita più attenzione e risonanza, un cinema con uno stile marcatamente drammatico e grottesco, eppure capace di andare a fondo senza accettare compromessi, mostrandosi stoico e incisivo, imparziale e analitico.

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