100 anni di Sidney Lumet in 5 grandi film poco celebrati
Che cosa fa un regista? Per Sidney Lumet il regista deve indagare, insinuarsi nei pensieri dei personaggi andando oltre le loro parole e le loro azioni compiute alla luce del sole. Sidney Lumet ha segnato la storia del cinema perché interpretava il suo ruolo in una maniera che si sta dimenticando: il lavoro sui personaggi e di conseguenza sugli attori ha sempre avuto una parte centrale nel percorso del regista nato il 25 giugno di cent’anni fa a Philadelphia, un artista che vogliamo qui celebrare andando oltre i suoi film più acclamati, per portarne alla luce cinque, presi da diverse epoche, che secondo noi vanno riscoperti. Certamente di Lumet ricordiamo i bellissimi film con Al Pacino, Peter Finch e Faye Dunaway, ma altrettanto va ricordato il rigoglioso sodalizio con Sean Connery, lo sguardo ghiacciato di Paul Newman e quello devastato di Philip Seymour Hoffman. Dove la tenebra, dove la speranza? In questa selezione troverete mille sfaccettature dell’essere umano, comprese quelle che non avreste mai voluto vedere. Cento di questi anni!

The Pawnbroker – L’uomo del banco dei pegni (1964)
L’ex docente universitario Sol Nazerman, sopravvissuto alla prigionia nel campo di concentramento di Auschwitz, dove ha perso la moglie e i due figli, gestisce un banco dei pegni ad Harlem e contribuisce al sostentamento della famiglia della sorella e della vedova di un amico che vive con l’anziano padre. L’uomo reagisce ai traumi della guerra imponendosi un totale distacco dalle sofferenze altrui ma deve ricredersi quando il suo assistente portoricano gli salva la vita.
È il 1961 quando esce il romanzo di Edward Lewis Wallant da cui è tratta questa pellicola. L’anno seguente Rod Steiger viene coinvolto nel progetto, decisione produttiva insindacabile che scoraggia Stanley Kubrick dall’accettare la regia perché per lui l’attore sarebbe «poco entusiasmante». Eppure l’interpete è fra i massimi esponenti dell’Actor’s Studio e in quel momento è alla ricerca di stimoli che risollevino la sua carriera. A tale spinta dobbiamo anche Le mani sulla città (1963) di Rosi.
L’apporto di Sidney Lumet non si limita alla conferma delle sue straordinarie doti come direttore di attori, ma soprattutto nell’elaborata formulazione ritmica della storia. Infatti, a differenza dei film statunitensi in generale e sull’olocausto nello specifico, qui si abbandona il conforto della linearità narrativa a favore di un montaggio che avanza per frammenti dell’inconscio, tramite procedimenti che devono molto alle “nuove onde” europee, che squarciano la quotidianità del protagonista.
Inoltre, il crescendo di tensione che accompagna Nazerman nel suo inferno interiore si proietta nei luoghi che frequenta più spesso: la casa della sorella in una periferia placida e spoglia, il barocco negozio nel quartiere più violento della città, l’appartamento dell’amante e del genitore di lei (interpretato dal padre del regista, ebreo polacco emigrato, esponente di spicco del teatro Yiddish), entrambi scampati allo sterminio e quindi spettri del passato tanto quanto il ricordo dei suoi cari. Alessandro Amato

The Hill – La collina del disonore (1965)
Una prigione militare inglese in Nordafrica per riformare i soldati. Caldo torrido, dei carcerieri spietati e autoritari, una collina da salire e scendere come nella punizione inferta a Sisifo. Se in La parola ai giurati (1957) tutta l’azione si svolgeva in una stanza, in questo caso tutto avviene dentro lo spazio sorvegliato di una prigione. A stagliarsi sono due dei grandi temi di tutta la filmografia di Lumet: l’uso della parola capace di scandagliare l’animo degli uomini e la moralità. Una moralità incarnata da Sean Connery, alla prima di cinque collaborazioni con Lumet.
L’attore scozzese vuole fortemente prendere parte alla produzione tanto da inserirla fra i suoi impegni con il franchise di 007 e dare così prova delle sue capacità attoriali. Connery, alias John Roberts, è il soldato che non accetta la volontà oppressiva e dittatoriale di carcerieri pieni di frustrazioni e sogni infranti che di notte si ubriacano e di giorno torturano i prigionieri per sottolineare la loro posizione di potere. Il film è una lenta presa di coscienza da parte dei prigionieri di un trattamento inaccettabile e disumano, mentre il sistema corrotto e autodifensivo costruito dalle guardie lentamente si sgretola, mostra il suo volto peggiore e diventa infine vulnerabile. Lumet, ancora una volta, si trova a dover mettere sullo schermo una sceneggiatura potentissima, firmata questa volta da Ray Rigby. Sono infatti le parole e la loro forza retorica ed emotiva a muovere la storia nel tentativo di riportare a galla la verità e, infine, la giustizia.
A rimanere scoperto è l’essere umano, nelle fragilità e brutalità di cui è capace. E il regista americano sa come mostrare le incongruenze, le contraddizioni e i luoghi oscuri dei personaggi che mette sullo schermo. Sono quasi aboliti i campi lunghi e i movimenti di camera; tutto scorre molto lentamente, accompagnando i piccoli gesti degli uomini, le loro smorfie, le crepe dentro cui scovare un nervo scoperto. Primi piani stretti, a volte strettissimi, sugli occhi e le minime variazioni facciali dietro cui covano tensioni lancinanti, dentro una bellissima fotografia di Oswald Morris che esacerba ancora di più i contrasti tra luci ed ombre. Alla fine, non ci sono né vinti né vincitori; si può solo scegliere di chi avere più compassione. Francesco Catalano

The Verdict – Il verdetto (1982)
Un legal drama purissimo, di quelli che fotografano il genere in tutte le sue sfumature. Il verdetto è uno dei capolavori di Lumet, eppure se ne parla troppo poco in relazione alla perfezione cinematografica dell’opera. Se la regia è quanto mai energica e ispirata, allo stesso modo la sceneggiatura firmata da David Mamet è sinonimo di grandezza. In più c’è anche un Paul Newman in stato di grazia, giunto a una delle migliori performance della carriera.
Il protagonista è un avvocato caduto in disgrazia dopo che lo studio lo ha scaricato quando lui non ha voluto essere connivente a un caso di corruzione. In mezzo ad alcool e depressione, gli arriva per le mani un enorme caso contro le istituzioni clericali. Prendere una corposa buonuscita sarebbe la soluzione ideale, ma Frank Galvin vede in quel caso la possibilità di redimersi e fare la cosa giusta. Insomma, cos’altro se non il perfetto personaggio di Lumet? Chiaroscurale, un po’ burbero, brillante, combattuto, in cerca di riscatto. Il film fa tutto quello che si deve fare in un legal drama – mostrare un personaggio complesso, creare delle sottotrame relazionali, porre al centro un rilevante caso legale, vederlo incappare in delle complicanze, mostrare l’avvocato indipendente contro il grande e spietato studio legale sostenuto dai poteri locali e infine convogliare la tensione verso un’impattante scena finale in tribunale – e lo fa con un tasso di perfezione tale da muovere sensibilmente l’empatia dello spettatore e portare anche lui a rivendicare giustizia.
Il film è l’ennesima dimostrazione di come Lumet sappia come pochi indagare l’animo umano, mostrarne gli anfratti più profondi e penetrare la moralità attraverso l’uso insistito della parola all’interno di una struttura fortemente dialogica che ha una verbosità leggera. E, anche in questo caso, quando il finale sembra far gioire protagonista e pubblico, s’insinua, prima dei titoli di coda, una nota stridente che ci ricorda come non esista vittoria definitiva in uno iato tra vita professionale e personale che rimane incancellabile. Francesco Catalano

The Morning After – Il mattino dopo (1986)
Alex è un’attrice alcolizzata che una mattina si sveglia accanto al cadavere di un controverso fotografo di nudi femminili. Non ricordando quanto è accaduto, la donna fugge ma sulla sua strada trova Turner, fascinoso ex agente di polizia che sbarca il lunario facendo il meccanico, con il quale ha immediatamente un’intesa. Intanto Alex deve fare i conti con il marito Joaquin da cui è separata e che all’improvviso le chiede il divorzio per potersi risposare con la facoltosa figlia di un giudice.
Il thriller in cui il o la protagonista non ha memoria degli eventi criminosi di cui deve rispondere e decide di cercare le prove della sua innocenza è un (sotto)genere molto specifico dell’industria hollywoodiana. Qui come altrove, Sidney Lumet ha fatto la sua parte con questa pellicola da troppo tempo dimenticata e invece piuttosto rilevante. Un primo vanto è l’avere affiancato due divi non più giovanissimi e all’apice della popolarità, che mai avevano collaborato prima, col massimo risultato. Da una parte un Jeff Bridges reduce dal successo di Tron (1982) e dalla prova one-man-show per Starman (1984) di Carpenter, dall’altra una Jane Fonda in procinto di rallentare con la recitazione perché divisa fra l’impegno politico e la vendita di esercizi di aerobica in videocassetta. Una sceneggiatura di ferro scritta da David Rayfiel, abituale autore dei film di un altro maestro della tensione chiamato Sydney Pollack, e una notevole ispirazione della messa in scena fanno il resto.
È in particolare il terzo atto, quello che vede Alex aspettare qualcuno in un appartamento seminterrato che molto presto si rivela una trappola per lei e non solo, a rivelare le maggiori sorprese. Si segnalano due elementi che rimandano al cinema di Mario Bava, risaputamente apprezzato oltreoceano: la disposizione scenografica della stanza e l’innaturale luce verde di sfondo a preannunciare il pericolo, idee entrambe mutuate dagli episodi de I tre volti della paura (1963). Alessandro Amato

Before the Devil Knows You’re Dead – Onora il padre e la madre (2007)
Nell’immensa indagine etico-morale che Sidney Lumet ha sostenuto per tutta la sua carriera si inscrive a lettere infuocate Onora il padre e la madre, apice inverso di quella voragine senza fondo che può aprirsi quando si indaga a fondo sui limiti della mente umana. Prendendo le mosse da una rapina finita male, Lumet costruisce un gioco di incastri che poco a poco si svela per ciò che è: una scalinata verso l’inferno della vergogna, del fallimento, della miseria, dove l’unica luce visibile è quella della fuga impossibile, un ignoto a cui aggrapparsi con ogni mezzo.
«Possa tu passare mezz’ora in paradiso… prima che il diavolo venga a sapere che sei morto», è con questa frase che il film dà inizio alla caduta, subito dopo averci mostrato un ultimo scampolo di felicità per Andy, uno straordinario Philip Seymour Hoffman qui in coppia con la sensualissima Marisa Tomei. Una coppia che in buona sostanza rappresenta la metà di un cast che Lumet sceglie ed esalta come pochi altri registi nella storia del cinema hanno saputo fare. Un lavoro ancora più impressionante se pensiamo che Onora il padre e la madre è il suo ultimo film, girato all’età di ottantatré anni: quale energia, quale intensità di pensiero e azione ci sarà voluta per arrivare a un risultato tanto grande? Ma d’altronde non c’è molto da stupirsi, l’esperienza di Lumet è passata dal Pacino di Serpico e Dog Day Afternoon, da Paul Newman, da Melanie Griffith, fino a forgiare uno Sean Connery “d’autore”. Qui il cast è completato da un gracile Ethan Hawke e dallo sguardo grave di Albert Finney, colonna morale portante di un film in cui dei personaggi, e della loro epopea familiare, resta ben poco da salvare.
I personaggi alle strette, un grande classico di Lumet, si trasformano in disperati sognatori che anelano un momento di felicità, uno spiraglio di luce, anche se brevissimo, per provare a riscattarsi, per fuggire da sé stessi. È grazie a Sidney Lumet se abbiamo una delle migliori interpretazioni della carriera di Philip Seymour Hoffman, che qui sembra volersi sbarazzare della propria pelle, sgusciarne fuori e gettarla nel fuoco purificatore per uscirne uomo nuovo, con fattezze e pensieri completamente diversi da un tempo. Un auto-annullamento che non può avvenire e può solo diventare una fuga fisica, alla ricerca di una luce in fondo al tunnel o al corridoio di un ospedale.
Uno dei film più cupi di Lumet, l’arte cinematografica per eccellenza. Carlo Maria Rabai

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