Joker Was Here – Largo all’avanguardia!
A chi passeggiava per le strade americane la sera del 23 giugno 1989 sarà forse capitato di sentire i bassi ovattati di Partyman di Prince provenire da qualche vicina sala cinematografica: quel giorno nei cinema era finalmente arrivato l’atteso, non senza scetticismo, Batman firmato Tim Burton, prima trasposizione cinematografica del fumetto ideato da Bill Finger e Bob Kane. Tre giorni prima, Prince pubblicava l’omonimo concept album, realizzato per il film parallelamente alla colonna sonora di Danny Elfman. Una scelta più che felice, visto lo straordinario successo commerciale: le canzoni, diffuse anche in forma di videoclip (vedi Batdance e Partyman) animarono l’estate del 1989, negli Stati Uniti come in Italia, dove il film sarebbe uscito soltanto in autunno.
Il contributo di Prince dialoga con l’estetica vagamente camp del Joker, in un trionfo di eccesso e stravaganza contestualmente legato a quel materialismo, imperante negli Eighties, su cui è stata costruita l’imponente macchina promozionale del film. T-shirts, gadget di vario tipo, kit per truccarsi da Joker, action figures, i fumetti di Batman tornati in pole position sugli scaffali delle edicole: quella che nell’estate 1989 fu battezzata “Batmania” travolse ogni aspetto della cultura visuale, facendo del film di Burton un vero e proprio fenomeno pop e di costume.
Alla pervasività della comunicazione pubblicitaria e al consumismo di massa dell’epoca corrisponde nel film l’immagine di un Joker che con grande carisma televisivo vende agli spettatori-consumatori di Gotham City lo “Smilex”, un prodotto chimico velenoso che sfigura il volto di chi lo usa in un ghigno identico a quello del suo stesso ideatore, prima di intossicarlo in modo letale. Per pubblicizzare i suoi prodotti il clown-gangster invade gli schermi domestici di tutta Gotham City, realizzando uno spot che contiene e riflette l’anima pop della stessa pellicola: con una scenografia da rotocalco coloratissima si prende gioco del linguaggio pubblicitario e mediatico del boom economico del new American lifestyle (non ricorda vagamente i collage pop di Richard Hamilton?). Vendere e consumare la felicità, farne uno statuto estetico, fino a morire.
«Come dice sempre il mio chirurgo plastico, se te ne devi andare, vai con un sorriso!»

Erano d’altronde gli anni del neoliberismo, del materialismo sfrenato, dell’euforia, della politica televisiva del presidente hollywoodiano Reagan, che aveva terminato il secondo mandato pochi mesi prima dell’uscita del film in sala: con taglio satirico Tim Burton condensa tutto questo in un antagonista, un po’ macho e un po’ diva, che monopolizza la televisione a scopo politicamente sovversivo e contro-informativo, approfittando della devozione all’acquisto e al consumo per avvelenare l’intera Gotham.
«Dove posso trovare questi grandi nuovi prodotti? E qui è la trovata: c’è il caso che… li abbiate già comprati!»

In un contesto dove tutto è ipermercificato, la rivalità tra Batman e la sua nemesi si coglie infatti anche a livello materiale ed estetico, a colpi di brand e slogan. La sigla animata che chiude lo spot dello “Smilex”, i colori sgargianti dei vestiti, gli oggetti kitsch, le goon cars (auto degli scagnozzi), le armi coloratissime che sembrano giocattoli per bambini in evidente contrasto con gli accessori super tecnologici e rigorosamente neri di Batman: tutto è personalizzato e reca l’estrosa e riconoscibile firma del Joker. Quest’ultima, d’altronde, trova la più stretta evidenza nel suo stesso corpo, sbiancato e sfigurato dall’acido, truccato e struccato a seconda dell’occasione. Egli definisce se stesso, le sue vittime e i suoi atti criminali come opere d’arte, in una estremizzazione demenziale della Body Art che legittima la trasfigurazione e morte della carne umana come nuove frontiere dell’avanguardia.

Prima ancora del volto sfregiato di Jerry Hall, icona di bellezza della fashion industry di allora, il carnevale iconoclasta del Joker esplode nel Flugelheim Museum – il riferimento è ovviamente al Guggenheim di New York – in cui fa irruzione scortato dai suoi scagnozzi abbigliati con giubbotti bomber e occhiali da sole. Sulle note della citata Partyman, l’antagonista inscena una vera e propria performance, distruggendo e vandalizzando alcuni capolavori dell’arte occidentale tra i quali risparmia, naturalmente, soltanto un dipinto di Francis Bacon (Figure with meat, 1954). Infine si appropria dell’autorialità del dipinto Approaching a city (1946) di Edward Hopper, apponendovi in basso la scritta «Joker was here» con vernice viola. Il suo atto di profanazione è rivolto anche all’elitarismo di cui il museo si fa portatore, usando di contro strumenti e simboli della cultura “bassa” – i graffiti, lo stereo in spalla.
Così il criminale Jack Napier, in cerca di attenzione mediatica e consenso di massa, si gioca la carta dell’artista postmoderno mascherato da anticonformista, libero di provocare e criticare il sistema pur arricchendosi su e grazie ad esso. Davanti ad una sbigottita Vicky Vale (Kim Basinger), afferma con un ghigno di desiderare la propria faccia «su un biglietto da un dollaro», richiamando alla mente una lunga serie di artisti pop, da Andy Warhol a Keith Haring, che giocavano a trasformare le banconote americane in opere d’arte (e viceversa, soprattutto). L’acume per gli affari, del resto, non mancava certo allo stesso Jack Nicholson, che aveva fiutato con largo anticipo il successo monetario della pellicola assicurandosi un contratto a dir poco profittevole.

Joker was here: i tempi sono cambiati, ma la vernice è ancora fresca. Trentacinque estati fa Tim Burton confezionava un film visionario destinato a spalancare le porte di un’interminabile avventura cinematografica, in cui la nemesi di Batman, molto più di quest’ultimo e di altri personaggi della saga, continua a farsi allegoria del contemporaneo.
L’illustrazione in copertina è stata realizzata da Maria Starace in esclusiva per Birdmen Magazine
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