The Monk – Isolazionismo selvaggio | Biografilm 2024
Un uomo può recidere le sue stesse radici e isolarsi in mezzo al nulla? Jan Erik Hansen, medico e ricercatore danese, a quarant’anni si è lasciato tutto alle spalle per intraprendere un cammino spirituale. Ha iniziato a farsi chiamare “Bhante”, ossia “venerabile”, appellativo cerimonioso assegnato ai più saggi monaci buddisti, e si è trasferito senza bagaglio alla mano su una remota vetta dello Sri Lanka. A casa una moglie e figlio di sette anni, senza possibilità di replica rispetto a quella decisione improvvisa.

All’osso, è questo il racconto biografico attorno a cui si sviluppa il documentario The Monk, della coppia di registi Mira Jargil e Christian Sønderby Jepsen. Ma in parallelo, il film include anche un controverso processo di realizzazione; tra autori e soggetto si instaura una trattativa destinata ad arenarsi: i primi vorrebbero focalizzarsi sulle vicissitudini familiari di Jan, il secondo sull’illuminazione religiosa di Bhante. Il sopralluogo in Sri Lanka e i tentativi di mediazione tramite videochiamata non vanno a buon fine. Non c’è connessione: tutto si blocca in un frame scomposto di una call su Zoom.
In questa bozza di girato, si impastano disordinatamente immagini ad alta definizione catturate dai droni, close-up di camera sul monaco e riprese in prima persona nel fitto della foresta. I vari format cozzano come le loro visioni, fino a che, quattro anni dopo, i due documentaristi vengono contattati da Thor Hansen, il figlio diventato artista, per una notizia apparentemente ingiustificabile. Suo padre si è suicidato e, come per una sorta di eredità non scritta, gli ha lasciato un hard-disk contenente ore ed ore di filmati inediti.
Allora sì che il documentario assume una direzione più precisa, essendo libero di virare verso la zona d’ombra delle dinamiche familiari; un nuovo volto prende possesso della scena, ed è quello di Thor, che comincia ad alternarsi con gli inserti visivi del padre. Gli interrogativi vengono sguinzagliati, ma manca chi incarnerebbe le possibilità di risposta. È un documentario che deve costitutivamente rinunciare a una conclusione risolutoria poiché il suo protagonista, Bhante, non c’è, e a mano a mano che la narrazione si infoltisce, si fa più vanescente e chimerico: emergono le insospettabili contraddizioni del personaggio, che ne squarciano la coerenza e l’apparente santità.

The Monk parla di natura, quella umana e quella verde, selvatica e rigogliosa capace di inghiottire un ego polarizzante. Non c’è una morale, le soluzioni a lungo termine si interrompono come l’elenco di vite spezzate da una scelta egoista o da una chiamata, come la si voglia intendere. Al tempo stesso, però, trascina lo spettatore dentro lo scenario impossibile di una vita senza passato, in una terra vergine, tutta da plasmare ex novo. Ciò che da fuori può essere percepito come un “suicidio sociale” – così lo chiama la moglie di Jan – fa tanto invidia quanto paura.
Proiettata l’8 giugno al Biografilm Festival di Bologna, la pellicola si pone come una meditazione sulla fragilità. I suoi autori si astengono da facili giudizi, evitando di incasellare l’impasse in un’unica scelta giusta o sbagliata. Le decisioni prese, che con l’avanzare del tempo si sfibrano anche della loro radicalità, si ripercuotono sull’ecosistema vita senza necessariamente risolversi nei loro fini. Anche dal punto di vista emozionale, The Monk non cerca leve comode per suscitare empatia in quanto la singolarità della sua storia rende difficile ogni esercizio di immedesimazione. Questa esperienza di visione equivale piuttosto a seguire il viaggio di un visionario, in attesa di una destinazione diversa da una strada interrotta.
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