Clerks – I commessi compiono 30 anni
«I’m not even supposed to be here today!»
(Dante in Clerks)
Nel gennaio del 1994 viene proiettato per la prima volta Clerks, esordio dell’allora ventiquattrenne Kevin Smith, e il suo 30° anniversario è un’ottima occasione per recuperarlo ed analizzarne il successo, partito dai festival, soprattutto Cannes e il Sundance, per poi venire distribuito dalla Miramax e raccogliere l’approvazione del pubblico e di critici del calibro di Roger Ebert. Le (non) avventure dei commessi Dante e Randal furono una vera e propria rivoluzione nel cinema indipendente, raccontando con grande ironia e gusto per il grottesco un mondo che non aveva ancora avuto il suo momento sotto i riflettori, e ispirando con le circostanze estremamente fai-da-te della sua creazione un’intera generazione di filmmakers.
Clerks è forse il cult per eccellenza degli anni ’90 e della generazione X ma, nonostante i numerosi sequel e imitazioni, è ancora l’originale ad essere più godibile nel 2024, in un mondo in cui il punto centrale di ricerca di significato e direzione nella vita dei giovani risulta estremamente attuale.

La novità della trama di Clerks sta nella quasi assenza di essa, e nella banalità della sua ambientazione: la pellicola racconta una giornata nelle vite di Dante Hicks (Brian O’Halloran) e Randal Graves (Jeff Anderson), due giovani che, abbandonato il college, si guadagnano da vivere come commessi sottopagati di un minimarket e di un noleggio di videocassette.
I due protagonisti vivono la stessa situazione e passività nel provare a uscirne, ma in maniera diametralmente opposta. Dante, ispirato allo stesso regista, si sente una vittima, obbligato a venire a lavoro nel suo giorno libero (da cui il tormentone «Io neppure dovevo essere qui!» che ritorna per tutto il film), maltrattato, se non addirittura assalito, dai clienti e in bilico nel rapporto tra la sua attuale fidanzata Veronica (Marilyn Ghigliotti) e la mai dimenticata ex Caitlin (Lisa Spoonauer). Randal vive invece la sua quotidianità con cinismo e ironia, rispondendo a tono ai clienti e adoperando il suo orario lavorativo nelle maniere più disparate. È da questa dicotomia che nasce l’unico vero punto della pellicola: la vita di un giovane passa spesso per situazioni apparentemente senza prospettive, e sta a noi decidere di uscire da questo limbo di passività… o, quanto meno, divertirsi durante il percorso.

Questo vago senso di realizzazione arriva alla fine della pellicola, ma a rendere Clerks memorabile è tutto quello che succede prima, da una partita di hockey sul tetto del negozio a una tragicomica veglia funebre (lasciata fuoriscena per motivi di budget), passando per le peripezie amorose di Dante e tutte le figure che orbitano attorno ai due negozi. La selezione dei clienti è un microcosmo di personaggi esagerati ma comunque riconoscibili a chiunque abbia avuto un lavoro a contatto con il pubblico, e una menzione a parte la meritano Jay e Silent Bob (interpretato dallo stesso regista), la coppia di spacciatori che avrà un successo tale da meritare una serie di film a loro dedicati e numerosi cameo, in quasi tutti i film di Kevin Smith e in diverse produzioni di altri registi.

La storia della produzione del film è altrettanto interessante, e un classico esempio di come la limitatezza di risorse possa essere il catalizzatore per una serie di scelte che hanno reso il film memorabile e un enorme successo commerciale, dato l’incasso mondiale di oltre 4 milioni di dollari a fronte di un budget che neppure raggiungeva i trentamila, racimolato vendendo la collezione di fumetti di Smith, chiedendo prestiti ai genitori e svuotando carte di credito fino al limite di prelievo.
Il negozio che fa da palcoscenico a quasi tutta la pellicola era il vero posto di lavoro del regista, la necessità di girare solo di notte ha portato alla gag della saracinesca bloccata, e la maggior parte degli attori sono esordienti, conoscenti di Smith che avevano addirittura ispirato gli stessi ruoli da loro interpretati, portando a un (più o meno volontario) neorealismo anni ’90 che rende i personaggi così efficaci. Altrettanto legata alle ristrettezze del budget è la scelta del bianco e nero, la cui estetica granulosa risulta ad oggi molto meno invecchiata di quanto avrebbe potuto fare una fotografia a colori di bassa qualità.
A reggere la quasi totale assenza di azione sono i dialoghi scritti da Smith, pungenti e brillanti botta e risposta che sanno perfettamente riprodurre le chiacchiere tra amici stretti, o tra le coppie, spaziando dall’umorismo più crudo e demenziale a discorsi filosofici ispirati da Star Wars. Il classico dibattito morale sulle vittime civili dell’attacco alla Morte Nera è l’esempio più celebre di un’altra grande trovata del film, un citazionismo della cultura pop e nerd che adesso permea numerosissime produzioni cinematografiche e televisive, risultando però all’epoca ben più innovativo.

Il successo di Clerks ha lanciato la carriera di Kevin Smith, che ha negli anni spaziato anche in altri generi e mezzi di espressione, dall’horror indipendente ai fumetti, ma ritornando sempre ai personaggi che lo hanno reso famoso. Due sequel, i già citati film su Jay e Silent Bob, fumetti, serie animate e altri film ambientati nella stessa continuity vanno a creare il View Askewniverse, ricco di momenti divertenti e toccanti per chi desidera rientrare nel mondo di Clerks, perdendosi forse in un eccessivo autocitazionismo che finisce per dimenticare la magia dell’originale che, a distanza di trent’anni, riesce ad essere contemporaneamente molto attuale e uno spaccato degli anni ’90 nonché, soprattutto, ancora esilarante.
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