Un finale (si spera definitivo) per Downton Abbey

Downton Abbey – Il film è l’ultimo esemplare cinematografico (quasi contemporaneo a El Camino, sequel di Breaking Bad) figlio del dilagante tentativo di portare sul grande schermo prodotti seriali già conclusi, un’operazione spesso fallimentare tanto nella natura del passaggio quanto nella qualità del prodotto finito: il materiale che componeva Downton Abbey non aveva motivo per essere rispolverato, né in forma seriale né in forma cinematografica, se non quello di rievocare luoghi e volti cari agli spettatori nostalgici. Se aggiungiamo a ciò la bassa qualità del film “evento”, che ha incassato ben 31 milioni di dollari nel primo weekend di programmazione in sala, l’esito di questo “prolungamento” immotivato delle sorti dei Crowley rischia di deludere molte aspettative.

Annunciata già nell’aprile del 2016, sceneggiata e diretta rispettivamente da Julian Fellowes e Michael Engler, la pellicola riporta lo spettatore in un tempo e uno spazio a lui già noti: siamo nel 1927, a soli due anni dalla notte di Capodanno che aveva chiuso la sesta stagione della serie, nel maestoso set ricreato a Highclere Castle, nello Yorkshire, per ospitare la magione del Conte di Grantham. A ricomporre l’affresco famigliare aristocratico di Downton ritroviamo tutti gli interpreti principali, da Hugh Boneville a Laura Carmichael, da Jim Carter a Michelle Dockery, Elizabeth McGovern e soprattutto Maggie Smith, senza dubbio l’interprete più apprezzata dal pubblico.

La trama ruota attorno alla visita di Re Giorgio V e della Regina Mary a Downton Abbey, tappa di un tour ispirato a quello che effettivamente ebbe luogo nella primavera del 1912. Rispolverando la struttura narrativa a più livelli della serie, il film si articola nella doppia narrazione che interessa da un lato la parte “alta” della casa (l’aristocrazia) e dall’altro quella che anima le cucine ai piani inferiori: le vicende della servitù hanno sempre co-partecipato ad armi pari alla struttura narrativa dello show. Ma se la coordinazione bilanciata delle linee narrative funzionava a dovere per il prodotto seriale, nel film di Engler risulta non sufficiente a sostenere il format da grande schermo. La pellicola appare piuttosto come un goffo lungo episodio che stenta a decollare: Downton Abbey è il racconto quotidiano di una famiglia, un racconto che lentamente narra tredici anni (dall’affondamento del Titanic al 31 dicembre 1925) in sei lunghe stagioni, ma che qui, compattato attorno ad un evento (la visita della coppia reale) che non ne sostiene il peso, collassa su fili e fili narrativi privi di utilità.

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Il film tenta di “spettacolarizzare” un materiale narrativo che va apprezzato nella sua banale quotidianità, e lo fa male, esasperandone, a volte in maniera imbarazzante, ogni singolo elemento. Tanto i “modi” dell’aristocrazia, quanto i “moti” più rivoluzionari della servitù assumono connotati al limite del fastidio: le piccole e arroganti manie di Lord Grantham, le anacronistiche visioni di Lady Violet o l’apprezzabile piglio sovversivo di Sibyl avevano nella serie un carattere “sobrio”, bilanciato, mai marcato più del necessario, e corrispondevano al trattamento “anti-spettacolarizzante” di tutta la narrazione; nel film, invece, ogni atteggiamento subisce un rigonfiamento indesiderato, un carico di finzione che trasforma tutti i personaggi in creature stereotipate al limite della sopportazione.

La perdita della “dimensione quotidiana”, nel passaggio dal piccolo al grande schermo, è la perdita peggiore, dato il prodotto seriale di riferimento. Downton Abbey è il racconto di una tenuta, di una casa nella quale tutte le componenti, animate e inanimate, hanno un ritmo e un senso ben preciso. Gli oggetti, i rituali, acquistano senso in una dimensione narrativa che ne rivela i mutamenti, lenti o repentini, in un “progredire estetico” parallelo allo scorrere dei primi vent’anni del Novecento (come l’apparizione di una radio in salotto, su iniziativa di Lady Rose, o l’abito a mo’ di pantaloni confezionato per Sibyl). I rituali osservati in casa, il cambio d’abito, le porcellane adatte al pranzo e quelle adatte alla cena, tutta una carrellata di rituali d’altri tempi ai quali assistiamo pazienti, percependone di volta in volta i piccoli e impercettibili mutamenti nella forma. Gli oggetti che compongono la casa sono dunque piccoli gioielli carichi di vita, custoditi tra le mura della magione per disegnarne la modernità e l’invecchiamento. Il film ha tolto alla componente inanimata della casa il suo spirito, ha svuotato di potere i simboli di una generazione a questi tanto affezionata e ha privato il prodotto della “cura dei dettagli” che poteva vantare in precedenza: La Downton del film è “vuota”, è un involucro sbiadito senza spirito che non partecipa alla narrazione ma fa solo da spoglio set cinematografico.

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Ma se volessimo fare ironia su questo tentativo cinematografico da non ripetere, potremmo leggervi la metafora di un’aristocrazia inadatta ai tempi che corrono ma ostinata nell’aggrapparsi, con le unghie e con i denti, ad ogni lembo di tradizione sparso in giro. Ci viene in soccorso, a tal proposito, il dialogo tra Anna e Lady Mary, nel quale la prima, preda di un fervore quasi religioso nei confronti della propria “vergine Maria”, la prega di non abbandonare la tenuta e di perpetuarne i nobili scopi. Speriamo che Lady Mary non le dia retta.

Qui il trailer di Downton Abbey – il film:

 

 

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