Fresu porta Baker al Fraschini: “Tempo di Chet”

Il mito di Chet Baker, storica icona del jazz, rivive al Teatro Fraschini con Tempo di Chet. La versione di Chet Baker. Paolo Fresu alla tromba, Dino Rubino al pianoforte e Marco Bardoscia al contrabbasso accompagnano costantemente gli attori in scena, che interpretano il testo di Leo Muscato e Laura Perini; tutto questo è messo in dialogo dalla regia dello stesso Muscato. Uno spettacolo intenso, che forse premia la musica del trio guidato dal trombettista sardo ancor più della narrazione teatrale.

chett

La scena è dominata dall’interno di un bar, affiancato dall’ingresso di un’abitazione a un lato e dalla porta sul retro di un club dall’altro; una scenografia nel complesso semplice, il necessario per ambientare gli eventi. A completare lo spazio attoriale è una poltrona su cui vari personaggi, fra cui icone musicali storiche e conoscenti di Baker, si alternano, per raccontare aneddoti sulla sua vita, mentre Chet, costantemente in scena, li osserva come fantasmi dentro la sua mente. Essi offrono il loro punto di vista, con completezza più che esaustiva, sulla travagliata esistenza del trombettista, dalla prima infanzia fino alla tragica morte avvenuta ad Amsterdam nel 1988. La narrazione, come si evince, è gestita in modo canonico, senza ellissi eccessive o contestualizzazioni di fragile fruibilità. A tratti fragile è invece il testo, che si lascia andare a potenti enfasi celebrative dell’artista, forse debordanti di retorica, nonostante il ritratto della sua tossicodipendenza riporti il protagonista in equilibrio. Ma è impossibile non restare ammaliati dall’atmosfera culturale che riesce a far rivivere: nomi leggendari come Miles Davis e Dizzy Gillespie, passando per Charlie Parker e George Gershwin, strizzano costantemente l’occhio agli amanti del jazz e li emozionano con il semplice eco delle loro storie. Una formula semplice, ma di sicuro impatto.

In secondo piano rispetto agli attori, il trio guidato da Fresu incalza la storia da un palchetto rialzato, talvolta prendendosi tutta la scena e concedendo alla musica il ruolo di protagonista assoluto. Il grande jazzista sardo è autore della colonna sonora dello spettacolo e i brani originali da lui scritti sono di altissimo livello, grazie anche all’esecuzione magistrale di tre musicisti di grande qualità. Stupisce, probabilmente, sentire così pochi richiami alle interpretazioni che hanno reso famoso Baker, che sono per lo più citate dal testo o accennate dalla colonna sonora. Eppure, la possibilità di sentire un’intera selezione di composizioni originali non fa rimpiangere assolutamente la scelta di dedicare meno spazio alla sua musica. Anzi, artisti di questo calibro e con tale personalità è difficile che non catturino tutte le attenzioni del pubblico: ciò rappresenta il principale e invalicabile limite di questa preziosa opera.

trio fresu

È inevitabile che sia il jazz a incorniciare la storia di Chet Baker. Un jazz potente, in costante evoluzione e fortemente legato all’improvvisazione, che si esprime quindi al meglio in un contesto libero e svincolato. Questo tipo di performance musicale difficilmente può dividere il palco con un altro evento: la musica cattura totalmente l’udito, così come gli occhi sono intrappolati dai movimenti corporei dei musicisti e dai loro giochi di sguardi, che cercano un’intesa visiva per sintonizzarsi. Per chi conosce bene questo spettacolo, sa che lo si deve non solo ascoltare ma osservare con attenzione. Il jazz espresso da Fresu, Rubino e Bardoscia è esattamente così: tanto forte da rischiare di strappare l’attenzione del pubblico dagli attori. Eppure, come detto, dal jazz non si può prescindere. Di fronte al pubblico emerge quindi un’opera teatrale che cerca costantemente di dialogare con il suo accompagnamento musicale ma, al contempo, anche di smarcarsi dalla sua preponderanza.

Di questo confronto irriducibile fra testo e musica, ai testimoni viene restituita una metafora sottile: il dominio del jazz sulla vita di Chesney Henry “Chet” Baker Jr., che lo ha catapultato nell’Olimpo degli dei del cool jazz, al prezzo di travolgerne e dirottarne l’esistenza fino alla drammaticità.

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