Ravenna Nightmare Film Fest 2020 – Anatomia dei Lungometraggi in Concorso II

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Il Ravenna Nightmare Film Fest 2020 è giunto al termine di questa diciottesima edizione interamente online sulla piattaforma MyMovies.it, regalandoci momenti di sublime immersione nel lato oscuro del cinema. Il Concorso Internazionale Lungometraggi ha visto partecipare 7 lungometraggi di fiction, inediti in Italia: sarà la votazione deg li spettatori ad assegnare il Premio Anello d’Oro per il Miglior Lungometraggio creato dal Maestro Orafo Marco Gerbella, mentre una giuria formata da registi, giornalisti e critici cinematografici conferirà  il Premio della Critica.

Birdmen Magazine, media partner del RNFF, in attesa dei fatidici verdetti, ha dissezionato per voi i Lungometraggi in Concorso: potete trovare l’analisi dei primi tre film proiettati in Ravenna Nightmare Film Fest 2020 – Anatomia dei lungometraggi in Concorso I, e di seguito la nostra lettura dei quattro incubi cinematografici che esauriscono la rosa dei candidati in gara. concorso lungometraggi ravenna nightmare

SPICE BOYZ di Vladimir Zinkevich (Bielorussia, 2020)

Basato su un tragico fatto di cronaca, accaduto nel 2014 nella città bielorussa di Gomel, il film segue le vicende di un gruppo di ragazzi che, durante un addio al celibato, assumono la Spice, una droga allucinogena che trasforma il party in una carneficina: Spice Boyz è un’esplosione di fantasia gore che però nasconde un sottotesto sociale e politico.

Il perfetto incipit già racchiude i toni e le intenzioni del film: mentre il dolly scende da un grande cartellone pubblicitario che sessualizza il consumo di Junk Food, due militari stanno discutendo davanti ai loro hot-dog, in un’evidente e feroce parodia della mascolinità tossica che ha annichilito un intero paese. concorso lungometraggi ravenna nightmare

Nella prima metà del film lo spettatore è proiettato nella vita dei protagonisti, dipingendo un quadro sociale ben delineato: in una Bielorussia dove la distinzione tra contesto mafioso e nuova borghesia è labile, i beni di consumo – come la villa del massacro – sono la cornice dorata e sfarzosa di un un parco giochi dove non è necessario conquistarsi niente per pretendere di avere tutto. Nella consapevolezza che nel film ci sarà un exploit, questa struttura narrativa risulta efficace per creare tensione e permetterci di empatizzare con i protagonisti, che oscillano tra pregiudizi verso i diversamente abili e gli omosessuali, mentre il prepotente sessismo relega le donne a ruolo di meri oggetti sessuali.

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Scivolando verso la commedia psicotropa, Spice Boyz racconta una mattanza che colpisce principalmente donne e portatori di handicap, con un tono delirante, volutamente sopra le righe, allegoria del sistema patriarcale e maschilista incarnato dalla politica di Alexander Lukashenko: lo sballo è un affare per uomini e le donne rimangono in cucina a giocare a carte, e noi spettatori viviamo gli eventi dal punto di vista delle vittime degli stati di psicosi, violenza e allucinazione dei carnefici.

Se Climax di Gaspar Noè, cui è evidente che il regista si ispiri, ci rende partecipi di un’agonia lenta, lisergica, che non perde il suo fascino morboso nemmeno per un istante, in Spice Boyz la suggestione lascia spazio a sangue, allucinazioni e sparachiodi: l’orrore declinato secondo le forme slapstick e pulp più abusate, trova una dimensione originale nella forza irriverente del gore.

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L’alba del nuovo giorno non rappresenta – come da topos – la fine dell’incubo di Spice Boyz, ma ne è il culmine: «Mi piace fare sogni sulla mia scuola e i miei amici. Il sogno più spaventoso è l’alba. Il sole sta sorgendo e significa che devo svegliarmi, ma io non voglio. Perché ogni volta che mi sveglio, l’oscurità mi avvolge», dice uno dei protagonisti sopravvissuti.

Nella breve presentazione che il regista bielorusso ha dedicato al Ravenna Nightmare Festival, Zinkevich spiega che il film «non parla di droghe, parla di una scelta, e delle conseguenze derivanti da questa scelta», mentre bracca e termina con un fucile un giovane zombie. Un gioco per gli amanti del genere, oppure un riferimento a quella che viene anche chiamata “la droga degli zombie”, la Spice appunto:  Zinkevich sembra assumere il punto di vista dei carnefici che hanno allestito uno dei più brutali stati di polizia della contemporaneità, che ha abbandonato i giovani anche attraverso una lotta alle droghe repressiva.

LUZ: THE FLOWER OF EVIL di Juan Diego Escobar Alzate (Colombia, 2019)

El Señor è il capo di una piccola e pacifica comunità religiosa tra le montagne delle Ande colombiane: dopo la morte dell’amata moglie Luz, inizia una disperata ricerca del Messia, per salvare la sua gente dalla perdizione. Un giorno fa ritorno al suo villaggio con un bambino che presume essere il Salvatore, ma ciò che ne consegue per la comunità è solo dolore e distruzione. El Señor si ritrova attaccato dai suoi stessi seguaci, mentre le sue tre figlie iniziano ad interrogarsi sull’amore, il peccato, il piacere, la libertà, e a dubitare delle credenze imposte con la forza da quel padre dalla presenza fisica e psicologica tanto imponente quanto opprimente.

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Connubio tra la filosofia di Jodorowski, l’estetica di Ari Aster e gli estremi di suggestione iper-realistica di Robert Eggers, il film si configura come un folk-horror con una forte componente di introspezione psicologica: i personaggi e lo spettatore sono portati ad interrogarsi sulla natura dell’uomo, esplorando le radici della fede, trasformata in un’ossessione venefica piuttosto che in una cura per i mali dell’animo, la profondità delle pulsioni umane e il rapporto con la natura selvaggia ed indomabile, che ricorda da vicino The Witch (Robert Eggers, 2015).

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La fotografia, la componente coloristica e l’illuminazione creano un mondo d’incanto, dominato da una natura pulsante, vivida e potente, dai colori saturi e favolistici: tutta la bellezza di questo dipinto in movimento diventa un incubo che trascinerà i personaggi protagonisti della storia ma anche gli spettatori in un vero e proprio inferno in terra, come in Midsommar (Ari Aster, 2019). I paesaggi notturni di Luz non spaventano, anzi ipnotizzano nell’esibita esagerazione fantastica: la volta celeste è sostituita da profonde vedute cosmiche, la luna appare sempre enorme e misteriosa, sospesa tra le galassie.

Il commento sonoro diviene un vero e proprio tema del film. La musica rappresenta infatti il “proibito”: la cassetta contenente le melodie di Mozart, Bach e altri compositori classici ha la stessa funzione della mela di Eva, che corrompe ed allontana la mente da Dio. Così come la mela dona ad Eva la conoscenza, così il nastro musicale dona a Laila, la figlia del Señor, una nuova prospettiva sulla vita, che catalizza degli eventi tragici della comunità.

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La dualità è centrale in Luz, e attraversa ogni tema del film.

In ogni personaggio Bene e Male coesistono in misure e sfumature diverse, ma Luz ci mostra l’insondabile compresenza di luci ed ombre nello stesso Dio, che crea e distrugge, dà vita e uccide. Non conosceremo mai la vera natura di quel bambino silenzioso, dagli occhi turchesi ed i capelli biondi, perchè «Tutto ciò che ha a che fare con Dio è complicato», come dice uno dei personaggi del film.

LA SABIDURIA di Eduardo Pinto (Argentina, 2019)

Tre donne di Buenos Aires decidono di trascorrere il weekend in una vecchia e isolata tenuta sudamericana: partendo da questo pretesto piuttosto classico nel panorama horror La Sabidurìa ci trasporta in una dimensione ancestrale e misteriosa, dove la Storia si confonde col folklore, e l’orrore si tramanda di generazione in generazione.

Le protagoniste accettano ingenuamente l’invito di un gruppo di braccianti a partecipare ad una festa che si rivela essere un misterioso rituale, finendo intrappolate in un sadico gioco di caccia alle prede ai confini del mondo, dove le richieste di aiuto vengono messe a tacere in modo brutale persino da chi dovrebbe garantire protezione e sicurezza. L’incubo delle tre donne non è una maledizione di demoni e stregoni, ma è delirio bestiale che nasce dalle recondite pulsioni dell’uomo nascoste da una società malata.

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L’uomo bianco rimette in scena di una Storia atroce, che sembra lontana, ma non è dimenticata: La Sabidurìa è un horror che non vuole essere retorico, affrontando spettro del razzismo, lo sdoganamento della misoginia e la nostalgia dell’imperialismo, ma forse esaspera la demonizzazione della campagna con rituali indigeni e stereotipi aborigeni privi di contestualizzazione. Nonostante questo ed alcune debolezze tecniche e narrative, è comunque un film chr trova il suo posto nel panorama horror moderno, captando i tremori dell’era contemporanea e rielaborandoli sottoforma di metafora. Come afferma lo stesso regista nella presentazione registrata per il RNFF, «L’incubo è l’asse centrale della storia delle tre ragazze: La sabidurìa è una riflessione sul machismo e il razzismo che governa il mondo raccontata attraverso una storia di terrore psicologico. Non abbiamo lavorato con stuntmen per attenerci al basso budget: è stato un film fatto con molto impegno e molta passione».

DRIVING ANIMALS di Florian Bardet (Francia, 2020)

Driving animals è un road movie psicologico con protagonista una strada dove si scontrano i destini di perfetti sconosciuti, le cui storie – accomunate da pulsioni insoddisfatte, desideri non corrisposti e istinti primordiali – s’incrociano in viaggio con lo sfondo del paesaggio provenzale da cui cercano invano di assorbire serenità, senza riuscire a realizzarsi.

Per quanto raramente si manifestino sullo schermo atmosfere dichiaratamente horror, il film è permeato da un senso di angoscia e di spaesamento che trascina lo spettatore nella ricerca di un conforto e di un significato che non arriveranno mai: la sterminata solitudine della campagna francese amplifica il profondo senso di isolamento esistenziale, in un turbinio di emozioni sempre più cupe. concorso lungometraggi ravenna nightmare

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Come Florian Bardet, regista del film, ha raccontato nella presentazione del film: «Per me il cinema è la forma d’arte che si presta meglio a rappresentare l’incubo, una sensazione reale legata a delle emozioni reali – angoscia, disperazione, tristezza profonda – trasfigurata nell’inconscio, da cui cerchiamo di fuggire. Anche nella vita a volte ci sentiamo intrappolati in un incubo: la consapevolezza di essere mortali. La miglior definizione di questo film è cauchemar, incubo: l’uomo, come tutti gli animali, è governato da pulsioni primarie che è impossibile sfuggire, ed è destinato a morire, inevitabilmente. Il concetto di incubo è legato al concetto di rivolta, di catarsi: la consapevolezza di essere in un incubo rende coscienti, permette di prendere in mano la propria esistenza senza soccombere alle emozioni, e rendersi liberi. Il cinema è incubo, quindi per sillogismo è libertà».

Driving Animals è un film molto curato dal punto di vista estetico, con scelte registiche eclettiche ed una fotografia ricercata, che contrappone inquadrature di ampio respiro ad altrettante inquadrature strette che amplificano la natura animalesca dell’uomo: se da una parte offre diversi spunti di riflessione, dall’altra le chiavi di lettura del film talvolta risultano troppo occulte per essere esperite con totale immersione.

Il sipario è calato sulla sala virtuale del Ravenna Nightmare Film Fest, ma gli appuntamenti sono ancora molti. Non ci resta che attendere la premiazione per scoprire i vincitori: non disperate, lo faremo insieme. Segnate i nomi di questi registi: ne sentiremo parlare molto presto.

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