RNFF 2020 – Nimic, straniante distillato di Lanthimos

La sezione Contemporanea del Ravenna Nightmare Film Fest 2020 – online su MyMovies.it dal 31 ottobre all’8 novembre – ci ha regalato il cortometraggio Nimic di Yorgos Lanthimos (2019), uno dei registi forse più rilevanti e oscuri del decennio. Ravenna Nightmare Nimic Lanthimos

Birdmen Magazine, media partner del RNFF, su Lanthimos ha scritto molto (Dogtooth – Il film manifesto di Yorgos Lanthimos, Distopico Blues: i corpi tristi di Lanthimos., Gucci lancia la nuova campagna primavera estate con un cortometraggio diretto da Lanthimos, Una parabola sul Potere: “The Favourite”, Una tragedia greca: “Il sacrificio del cervo sacro”), e certo non poteva tirarsi indietro di fronte a questa nuova fatica, nata dalla rinnovata collaborazione con lo sceneggiatore Efthymis Filippou (Dogtooth, Alps, The Lobster, Il sacrificio del cervo sacro). Dopo La Favorita Lanthimos torna a declinare il proprio straniante sguardo sul mondo, in un film che esplora l’apatica solitudine dell’uomo contemporaneo.

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Il regista greco distilla la sua poetica in 12 minuti, rendendosi perfettamente riconoscibile in un cortometraggio che appare quasi come un esercizio di stile: le lente carrellate laterali accompagnano i personaggi, unendosi a fisheye, grandangoli, graduali zoom e un’attenzione maniacale per la composizione dell’immagine. Ravenna Nightmare Nimic Lanthimos

Protagonista, fin dalla prima inquadratura, è la musica d’orchestra, accanto ad un Matt Dillon  sempre più affine alle atmosfere stranianti del Cinema d’autore europeo (basti ricordare La casa di Jack di Lars von Trier).

La quotidiana ordinarietà di una colazione in famiglia è resa angosciante dal sonoro, che alterna spasmodicamente rumore ambientale a suoni orchestrali particolarmente tesi, che poi si condensano in una nuova sequenza: la sessione di prove di un’orchestra dove suona il protagonista, un violoncellista professionista interpretato appunto da Dillon.

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Tornando a casa in metropolitana, l’uomo chiede l’ora ad una donna che, invece di rispondere, chiede lo stesso a un altro passeggero. La domanda ripetuta è “Do you have time?” ossia “Hai il tempo?”: ecco allora che l’ambivalenza si fa pilastro della narrazione, che in realtà si avviluppa su sè stessa. La ragazza lo segue fino a casa, entrando con un mazzo di chiavi del tutto identico a quello del protagonista; ripetendo pedissequamente le sue affermazioni e i suoi gesti davanti alla moglie e ai bambini, si confonde con l’uomo, riuscendone a prendere il posto.

L’alienazione della quotidianità e il terrore di essere sostituibili sono idiosincrasie profonde dell’animo umano, che Lanthimos e Filippou esasperano plasmandole in una materia oscura e ipnotica: la completa mimesi – fisica e identitaria – è frutto del senso di annullamento causato da un mondo dove l’omologazione è il segreto per il successo sociale.

Se l’individualità è annichilita, se le particolarità che ci rendono “storie” singolari sono annullate, diveniamo vuoti gusci intercambiabili, sostituibili, sovrapponibili, anche agli occhi di chi ci ama.

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Quale destino, allora, per chi viene sostituito? La risposta è proprio alla fine del cortometraggio. Tutto sembra ricominciare da capo: il protagonista deve sostituire a sua volta, appropriandosi di un’altra esistenza e lasciando ripartire un circolo vizioso e inesauribile, amaro simbolo di un’esistenza resa catena di montaggio.

La circolarità lobotomizzata degli eventi, del tempo e dei destini possiede gli uomini, intrappolati in una routine non tanto quotidiana, ma esistenziale. Lanthimos rende perturbante un girato apparentemente piatto, mettendo in discussione il senso della vita in una rappresentazione glaciale, astratta, dalla realtà, che però terrorizza: Nimic in romeno significa “niente, nulla”, e suona particolarmente simile all’inglese mimic, “imitare”. Ravenna Nightmare Nimic Lanthimos

L’uomo passa l’arco della propria vita costruendo – legami, ponti, relazioni, mura – lottando contro l’inesorabile tenaglia del tempo e della caducità dell’esistenza. Ma in un un mondo dove tutto è sostituibile e privo di significato affettivo, allora anche il tempo perde la propria funzione motrice. La domanda iniziale, “Do you have the time?”, sembra allora riferirsi proprio a questo: l’unico tempo che si deve trovare è quello di ricominciare, un’altra volta, il loop.

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