Le sorelle Macaluso – Il tempo materiale di Emma Dante

La recensione contiene spoiler (e il film merita una fruizione sciolta, persino l’analisi delle forme e dello stile può considerarsi uno spoiler).

Le sorelle Macaluso di Emma Dante, in concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia, è un film sulla sopravvivenza al tempo, su come continuiamo a vivere. Sembra una frase sdolcinata, ma alla fine la questione è sempre come si racconti e non cosa. Il film è l’adattamento – firmato Emma Dante, Giorgio Vasta ed Elena Stancanelli – dell’omonimo spettacolo teatrale del 2014 e dal teatro muove senza tanti indugi, perché la vicenda, l’atto si consuma quasi completamente in uno spazio tra palco e soppalco (dove spazio significa anche tempo), il penultimo e l’ultimo piano-veranda di un condominio palermitano. Le sorelle Macaluso sono cinque (ma le interpreti almeno il doppio, nominate qui) e campano con le colombe, le nutrono, le addestrano e le affittano a chi organizza eventi. Dopo averle liberate le colombe ruotano in tondo e viaggiano per tornare a casa: sono immagini cicliche ciclicamente riproposte, come intermezzo ritmico e simbolico.

Non ci è data la tragedia o il dramma rituale che ha preceduto questo stato di cose (ma un qualcosa deve essere successo). Nei minuti iniziali i preparativi per la spiaggia sono l’occasione per mettere in rassegna i personaggi: Maria, aspirante ballerina e sorella maggiore; Pinuccia, secondogenita, particolarmente dedita alla cura della propria bellezza, le inquadrature di lei indugiano (e ripartono) spesso dall’arcipelago di nei che le segnano il viso attorno al naso; Lia, lettrice avida e sottovoce, muovendo le labbra, come si insegnava una volta; Katia e Antonella, sorelle minori che in qualche modo, fisicamente, si contrappongono: l’una sovrappeso, l’altra magrissima. Un breve percorso con tappa improvvisata in un cimitero di dinosauri di plastica le porta al mare, in uno stabilimento. In questo idillio lunghi minuti a mostrarsi tutto sommato felici, tutto sommato ottimiste, negli amori della giovinezza (e che grande sequenza la danza naturale tra Maria e la ragazza al Cinema all’aperto, entrambe con in mano dei flyers da sistemare, che però mulinano al vento circondandole, ancora imitando le colombe), nelle gioie semplici del mare, di (ancora) una danza che trascina gli altri bagnanti, e che smette come fosse una digressione da musical quale non è; i panini portati da casa, le barrette Kinder. Poi la tragedia ancora non raccontata.

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La tragedia rimossa dal montaggio (correlativo di una rimozione invece psicologica), o forse rimandata, è in luogo di una prolessi temporale. Le sorelle Macaluso è un film a due velocità: una a quoziente zero, appartenente alla tragedia come evento; l’altra “normale”, standard, come la conosciamo, della vita, della tragedia come ombra lunga, come lascito. La prolessi agisce solo sulla linea narrativa “principale”, cioè l’unica in realtà esistente. La tragedia rimossa si mostra dunque fantasmatica, accompagna i personaggi malgrado loro rimasti, sono dei ripetenti, però. La tragedia ha congelato la loro vita, ne ha chiuso le infinite potenzialità, sono bambine, ragazze nel corpo adulto, che infatti è ipertrofico. E non può, ancora, che ripetersi la tragedia – si ripetono persino le inquadrature, nello spaesamento generato dalla incompatibilità tra esistenti e ambienti che cambiano e occhio filmico che rimane uguale coi fantasmi, sceglie la parte fredda.

A nuova tragedia corrisponde un’ulteriore prolessi. Sono salti temporali che danno la misura di un’accelerazione nell’immobilità, una strategia narrativa delicatissima. Ogni personaggio rivive continuamente coi fantasmi i gesti di quel giorno d’estate; e poi durante la cena di decenni dopo. Ecco: il salto porta a un’immediata ricontestualizzazione, un nuovo giro di presentazioni. Le sorelle sono cresciute, vengono ritratte nei loro nuovi contesti, e Maria lavora sembra in un centro di ricerca, sembra faccia l’inserviente o l’assistente squartando, sezionando, pulendo carcasse di animali. Chi si è sposata, chi ha un amante, chi invece non vive la dimensione sessuale perché non può.

La tragedia di anni prima rivive appena si ristabilisce il contatto. La tavola rotonda richiama, nella dimensione di cura in cui è immersa tipica del meridione – basti pensare all’attenzione posta nel piatto del finto pesce o nei pasticcini al kiwi -, un tipo nuovo di espressione, un tipo maturo, quasi metadiscorsivo. La rimozione è sicuramente rimandare, alla fine, al dolce, la notizia. Maria indossa il suo sogno e lo divora, quei dolci serviti nella spasa da pasticceria con una primo piano a camera fissa sembrano essere parti delle carcasse, e lo spettatore un perverso voyeur del dolore altrui.

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C’è una fine, pare. Si nota nel gioco di vuoti e pieni, nell’arredamento. Nei mobili che vengono portati via dalla finestra come una bara pesante (e mi viene in mente un verso di Philip Larkin:

Home is so sad. It stays as it was left,
shaped to the comfort of the last to go
as if to win them back. Instead, bereft
of anyone to please, it withers so […].

Casa mia è così triste. Appena vuota rimane
modellata su ciò che è andato via
come per riaverlo indietro. Invece, rimane
senza nessuno da confortare, si abbandona […]

(Home is so sad, da The witsun weddings /Le nozze di Pentecoste, 1964)

Un film sull’abitare una casa infestata, da gesti, da oggetti. I quadri e i mobili liberano le pareti alla invasione della polvere, rimangono perfette forme geometriche. Nel soppalco ci sono ancora colombe che non vogliono lasciar nulla, mangiano dal piatto rotto durante quella cena, che manca un pezzo, il più piccolo di tutti? Se la rottura è una malattia e se l’assente è una bambina, la metafora oggettuale è servita.

Si torna indietro alla fine, non si capisce se consumando o meno la tragedia, come a dire: c’è ancora un momento di incertezza, c’è ancora tempo. Ritorniamo indietro sapendo cosa sopravvive al tempo e chi, e la risposta apparentemente è: tutto. Le sorelle Macaluso è un film su un tempo “materiale” (volendo citare uno degli sceneggiatori): di gesti, di oggetti e dell’abitare, che alla fine sono la stessa cosa.


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