Matthias & Maxime – Il destino logorante dei sentimenti fuori campo

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Xavier Dolan è – a detta di molti, e anche di chi scrive – uno dei registi più interessanti del panorama contemporaneo, soprattutto per quanto riguarda il cosiddetto cinema queer. Il suo debutto folgorante con J’ai tué ma mère (2009) lasciava intravedere una necessità (ancora piuttosto grezza) di espressione e – fatte salve alcune concessioni ad uno stile troppo autocompiaciuto – un talento fuori dal comune. I successivi Les amours imaginaires (2010) e soprattutto Laurence Anyways (2012) hanno confermato queste sensazioni e definitivamente consacrato il giovane regista canadese come autore. Certo la sua produzione era ancora decisamente limitata, ma la capacità di affrontare temi di grande coerenza (dal rapporto con madri disfunzionali all’attenzione per sessualità fluide o non normative) e di farlo con uno stile personale e maturo ha subito colpito i critici.

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Xavier Dolan

È a questo punto però che anche lo spettatore più appassionato (categoria cui chi scrive autodenuncia la propria appartenenza) comincia a percepire il rischio della formula, dell’eterna ripetizione di una ricetta vincente. Nel 2013, Tom à la ferme rassicura tutti con la sua formula morbosa di thriller sentimentale. Meno patinato dei film precedenti (si pensi ai colori ultra-saturati di Les amours imaginaires) ma ugualmente dedicato all’esplorazione di un desiderio malato ma insopprimibile, il film è forse il punto più sperimentale e maturo della carriera di Dolan. Né Mommy (2014) né il successivo Just la fin du monde (2016) evidenzieranno la stessa autoconsapevolezza.

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La fragorosa battuta di arresto di The Death and Life of John F. Donovan (2018) è stata senza dubbio terapeutica per il regista canadese che, pur rigettando con forza l’etichetta di enfant prodige, ha a dir poco bruciato le tappe di una carriera che a trentun anni appare già folgorante. Il suo primo film americano è stato – come ha impietosamente notato la critica – un vero e proprio fallimento. L’uscita di Matthias & Maxime (2019) sulla piattaforma Miocinema era dunque molto attesa.

Abbandonata la tronfia retorica di John F. Donovan, Dolan sembra voler ritornare a un territorio che gli è più congeniale e che appare più vicino alle sue produzioni migliori. L’intero film potrebbe essere in realtà interpretato come un campionario esemplare dell’universo dolaniano, che ne riepiloga temi e situazioni topiche: il rapporto d’amicizia/sentimentale (che era alla base di Les amours imaginaires), la presenza di due figure materne (vera e propria ossessione del regista), le feste sregolate ma a loro modo rivelatrici etc. A ciò si aggiungano quelle che sembrano vere e proprie citazioni: il discorso malriuscito per il compleanno di Max sembra venire direttamente da Just la fin du monde, mentre la scena in montaggio alternato della “notte brava” di Matt e Max ricorda da vicino una sequenza analoga di Les amours imaginaires.

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Matt(hias) e Max(ime) sono due amici che – coinvolti loro malgrado in una scommessa – si ritrovano a baciarsi a favore di telecamera per un cortometraggio. Nessuno sembra preoccuparsene, neppure la fidanzata di Max, ma questo momento – lasciato programmaticamente fuori campo – diventa una vera e propria ossessione, un tarlo che logora dall’interno il loro rapporto. Se in Les amours imaginaires Dolan mostrava con molta evidenza la presenza di un sottotesto erotico-sentimentale, qui lascia che siano i silenzi e le dilatazioni temporali a fare il proprio lavoro: tutta la nuova dinamica del rapporto fra Matt e Max passa attraverso gli sguardi, le parole di circostanza, gli atteggiamenti infantili e gli screzi ingiustificati.

È come se il bacio (finto) fra i due avesse aperto – soprattutto in Matt, il cui punto di vista d’altronde sposiamo con maggiore intensità – una ferita. Matthias & Maxime, soprattutto nel finale, sembra la cronistoria di un sentimento che avrebbe potuto essere ma non sarà, almeno nelle due ore in cui entriamo nella vita dei protagonisti. L’aspetto logorante del sentimento impossibile è un’esperienza tipica della gioventù e Dolan riesce a raccontarla con grande sensibilità e mettendosi (narcisisticamente) ancora una volta al centro della scena.

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Tornato in carreggiata dopo il tracollo di John F. Donovan, Dolan si offre allo spettatore con un film pienamente “dolaniano” e del tutto inserito all’interno della sua comfort zone autoriale. Il rischio maggiore di un film come Matthias & Maxime è quello di inaugurare (o peggio di confermare) l’esistenza di una “maniera”, di uno stile che non evolve e non si rinnova. Il talento di Dolan è fuori di dubbio e – pur essendoci elementi di sicuro interesse in questo film – il senso che sia più che altro un riepilogo del già noto è per la verità piuttosto forte.


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