Curon, un horror italiano – Qualcosa di nuovo per Netflix?

Curon è l’ultimo, in ordine cronologico, dei prodotti originali che Netflix ha rilasciato; dopo l’annuncio d’impegno e la pratica dell’impegno da parte della piattaforma, entrambi sanciti a un certo punto dall’approdo in Italia, con una sede, più esattamente, a Roma – un approdo a tratti percepito come lo sbarco in Normandia, di liberazione, di novità. Forse aspettative da abbassare, per non rimanerci male.
Stiamo ovviamente parlando di serie, i film lasciamoli ad altre considerazioni (il modus operandi produttivo è molto diverso). Dunque, in ordine alfabetico: Baby, Luna Nera, Skam, Suburra, Summertime, Ultras, forse anche First Team: Juventus, che però giova dell’archetipo anglosassone, per il Manchester City per esempio.
Prodotti a tratti difficilmente comprensibili (Luna Nera); a tratti perfettamente (Suburra, che gioca in comfort zone); a tratti mediamente (Baby, stagione 1 e stagione 2; Summertime; Ultras). E prodotti invece riusciti, come Skam, accolta in modo positivo sia dal pubblico sia dalla critica, convergenza rara.

Curon, nelle premesse, sembra uscire dalla logica della comprensibilità. Intendo non ci siano, in ordine di presentazione, volontà anticonformiste e mal riposte; sguardi esclusivi a un pubblico già consolidato e quindi logiche quasi esclusivamente economiche; approfondimenti nel teen drama, forse per l’esperienza fruttuosa del vecchio Disney Channel.
Anzi, ne esce. La serie è ambientata a Curon Venosta, piccolo paese di poco più di duemila abitanti, in provincia di Bolzano e quindi al confine con l’Austria. La serie, sia dal trailer sia nei fatti, vuole inserirsi nel genere horror, sfruttando una la storia del paese: nel 1950, al fine di costruire un bacino artificiale per la produzione di energia idroelettrica, l’acqua sommerge Resia (paese dal quale prende il nome il lago) e Curon. Viene lasciato scoperto e intonso solo il campanile della Chiesa, originaria del 1357. Si dice che in inverno, quando il lago è ghiacciato e il campanile è visitabile, si sentano ancora le campane suonare, nonostante la loro rimozione nello stesso 1950 (la storia è raccontata anche qui). La serie si chiede: perché si sentono le campane suonare? 

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Avverrebbe nel momento esatto [spoiler parziale fino a fine paragrafo] in cui un qualsiasi abitante della zona prova un profondo dolore “psicologico”, dovuto soprattutto a questioni sentimentali (una rottura, un amore mai ricambiato, un netto rifiuto). Dolore tale da provocare una scissione tra l’anima buona e l’anima cattiva, in una sorta di separazione non consensuale delle parti generative di ogni individuo. Dal lago emergerebbe il doppelgänger, subito impegnato a uccidere il gemello e appropriarsi della sua vita, essendo uguale a lui in tutto, persino nella memoria, se non per la morale. Come se nel lago continuasse a vivere, ma in stato sempre potente, un’altra città, uguale e diversa, una Curon in attesa di rivalsa e di rimpiazzare la reale.

Mi sembra chiaro che la serie esca, come si è detto, anche solo per l’intuizione, dall’orizzonte di prevedibilità cui Netflix ci ha abituato. Le suggestioni orrorifiche si prestano a una mescolanza col fantastico (in Italia tanto frequentato, si pensi alla Melancholia di Calvino, o ai racconti “impossibili” di Landolfi, alla narrativa di Savinio, tutta pittorica); con un fantastico a tratti gotico, che può e vuole valorizzare i luoghi, che sa fare i conti con la naturalizzazione cristiana del folklore, e che sa mescolare habitus differenti, perché Bolzano si trova al confine e tutti i cittadini sono a metà tra due culture – e anche bilingue, italiano e tedesco.

Però. Non sono qui per gridare all’occasione persa (ma cosa vuol dire “occasione persa”?). Perché la serie si difende bene per alcuni aspetti, abbassa la guardia per altri.
In ordine: la regia, affidata a due giovani, Fabio Mollo per i primi quattro e Lyda Patitucci per gli ultimi tre (il formato è strano, da sette episodi totali), si rivela, in modi differenti, personale o in predicato di diventarlo (l’autorialità richiede anche il controllo e la libertà, cosa molto complessa in una produzione Netflix), con uno scarto tra i due che andrebbe verificato accuratamente e che in qualche modo si percepisce nella diversa velocità, dovuta sicuro anche al precipitarsi degli aventi. Anche i detrattori della serie avranno notato, anzi l’hanno fatto, l’abilità della regia, con il braccio armato e indipendente della fotografia, di sfruttare la bellezza naturale, quindi a priori, della location. Fotografia forse eccessivamente sul tono dell’azzurro lago, ma che in qualche modo ci ripete l’idea di un’immersione sott’acqua, o forse sto intellettualizzando.

La sceneggiatura, nata dalla collaborazione di Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi e Tommaso Matano (qui la nostra intervista), cerca di sfruttare contemporaneamente i topoi del genere horror e del romanzo familiare, per cui talvolta il connubio riesce, soprattutto nelle logiche motivazionali dell’avventura, della quest improrogabile; talvolta meno, soprattutto nel ritratto spesso abbozzato dei rapporti incrinati, per esempio tra la protagonista Anna Raina (Valeria Bilello) e l’ex marito.
Mi sembra che il soggetto regga bene: Anna ritorna coi due figli gemelli a Curon, per ricominciare la sua vita, anche se non è ben chiaro il turning point. Tornando, vorrebbe alloggiare dal padre Thomas (Luca Lionello, figlio d’arte), nell’albergo di famiglia, dove la madre sembra esserci uccisa proprio di fronte a lei, in una notte di diciassette anni prima. Il conto in sospeso, la vicenda troncata del passato riemerge complicando l’apparente vita semplice della città.
Si diceva di una doppia tensione: ebbene, horror da un lato, famigliare dall’altro. Purtroppo emerge una linea da teen drama, coi due gemelli che si inseriscono, di necessità, in una scuola nuova, e che attivano dei meccanismi un po’ velleitari; tra cui triangolati atti d’amore. La sceneggiatura paga anche qualche buco di trama, qualche sentiero interrotto – ricordandoci però, e tenendo bene a mente, che ci sarà una seconda stagione.

La regia e la sceneggiatura sembrerebbero non poter fare nulla di fronte alle vere lacune della serie, il reparto attoriale e quindi le scelte di produzione. Ho iniziato con la Normandia: la manna dal cielo non è scesa, e la produzione sembra comportarsi ambiguamente, una direzione generalista e multi-target, che non ha giovato. In più, si è trascinata in logiche italianizzanti (e si senta Stanis Larochelle), per esempio il coinvolgimento di attori amatoriali, direttamente dalla location, per questioni forse di mimesi, più probabilmente in nome delle buone relazioni (imbarazzanti almeno un paio di interpreti, e spero sia un mio lapsus aver intravisto un auto-doppiaggio). Vero è che il bilinguismo andasse rispettato; o che alcuni volti sono molto interessanti.
Produzione che, d’altro canto, ha il merito (e sembro schizofrenico, ma come i protagonisti della serie sono guidato da due anime) di aver provato a cambiare pattern, riuscendoci a metà.

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Ho usato il condizionale all’inizio perché se il prodotto, in conclusione, non soddisfa totalmente, il demerito (e nessuna colpa) è anche di regia e sceneggiatura. Perché alla regia è chiesta la direzione attoriale; agli sceneggiatori la scrittura dei dialoghi, e l’eventuale adattamento (forse manca, questo in generale, uno showrunner, un regista in senso cinematografico). Alcune scene sono pensate nel segno della tensione, spesso tradotta invece in aggressività, come fosse dietro l’angolo una minaccia, appunto la maledizione, ma un po’ goffamente, un po’ senza che ci si creda. Spezzo una lancia in favore di Margherita Morchio, la più convincente nei panni di Daria; di Anna Ferzetti nei panni di Klara Asper; e una mezza lancia in favore di Federico Russo nei panni di Mauro (lo riconoscerete per il suo ruolo nei Cesaroni) – interessante tra l’altro il suo rapporto con la tecnologia, finalmente scritto da non boomer. Il resto degli interpreti, a partire da Luca Lionello e Veleria Bilello, avrebbero potuto fare di più.

Non nego che, sottotitolata in altre lingue, la serie potrebbe essere percepita molto diversamente. E che in qualche modo la produzione l’avesse previsto. Sembra una cattiveria, ma non lo è, si tratta di intravedere delle opportunità e delle differenze di destinazioni e percezioni.

In somma: a livello personale, sarà che l’ho vista da solo, in una casa vuota e pensata per cinque persone, la serie mi ha coinvolto, e anche angosciato, come sono certo fosse nelle intenzioni. Il ritmo è serrato, le puntate scorrono, i difetti infastidiscono ma si lasciano digerire; e l’argomento, cioè il sostrato culturale messo in gioco, è assolutamente inedito nel panorama seriale contemporaneo italiano, il che spinge a finire, e a capire come la storia dei due lupi continui, tra brutalità e anche una morale non semplice, se l’apparente manicheismo di fondo, tra bontà e malignità, si risolve progressivamente in un rapporto sfumato, senza compartimenti stagni.

Per questo motivo, la critica qui esposta vuole parlare direttamente a loro, ai criticati, perché sono convinto che una seconda stagione potrebbe essere il luogo di aggiustamento del tiro, per un prodotto migliore e finalmente in pace col proprio potenziale. Sono di natura in disaccordo con chi si scaglia contro, come se la produzione di una serie, nel contesto italiano e non, fosse una cosa da schioccare le dita, e non coinvolgesse centinaia di persone, seguisse numerose logiche. Aspettiamo dunque, con tanta fiducia.

Di seguito, il trailer della prima stagione.

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