Favolacce – L’affermarsi di una nuova poetica

Onori e gloria, dopo il grande successo de La terra dell’abbastanza, i fratelli D’Innocenzo sono tornati e hanno conquistato pubblico e critica della Berlinale con la loro “favola” dark Favolacce (Orso d’argento per la migliore sceneggiatura). Un’opera complessa e ben strutturata – attesissima – finalmente disponibile sulle principali piattaforme streaming.

Un’estate calda e torrida, un quartiere della periferia di Roma, alcune famiglie piccolo borghesi che vivono in villette a schiera e che sono accomunate dal loro modo di fare schivo e impacciato, colmo di infelicità e disagi che non sanno ammettere. I figli, sbandati e lasciati in balia di loro stessi, dell’immaturità e delle idee più strampalate, soffrono in silenzio e cercano di sopravvivere come la loro giovane età gli consente.

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Il grande punto di forza di Favolacce è quello di avere una scrittura anticonvenzionale, anomala, interessante e ben incastonata in una vicenda che analizzata nella sua ordinaria specificità non creerebbe entusiasmi. L’espediente narrativo dagli echi manzoniani è il punto di partenza: si tratta del ritrovamento, da parte di un narratore sconosciuto, del diario di una ragazzina, il resoconto incompleto e mozzato di una vita qualunque, in un tempo qualunque. Così vengono mescolate le carte, il monito del narratore ci fa drizzare le orecchie e ci mette nella posizione in cui non è semplice comprendere cosa sia vero e cosa frutto della finzione. Poco importa, poiché gli elementi disseminati – lungo un percorso impervio e contorto – sono innumerevoli e tutti necessari nella loro sovrabbondanza per colorire e connotare uno spaccato di mondo contemporaneo in cui è estremamente facile perdersi.

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Che ruolo ha la quotidianità, quale la noia, quale l’assenza? Sono molte le questioni che pongono, a raffica, i fratelli D’Innocenzo. Non c’è una risposta univoca, c’è uno spaesamento continuo, perenne e prolungato che crea disagio e scava nella percezione dei protagonisti, ma anche in quella dello spettatore. I ragazzini protagonisti – quattro, due maschi e due femmine – sono candide vittime imprigionate in esistenze che non corrispondono ai loro desideri e alle loro ambizioni. I loro silenzi, gli sguardi, le lacrime e i gesti eclatanti sono tutti dei tentativi maldestri di comunicare con quegli adulti che, pur avendoli messi al mondo, non hanno la consapevolezza necessaria a crescerli e ad accompagnarli nel loro percorso di conoscenza del mondo e dell’adolescenza che si apprestano ad affrontare. La tensione è palpabile, è la compagna costante di giornate che hanno il sapore dell’erba seccata dalla calura, della pioggia estiva e del desiderio inconfessabile di volersi spingere oltre i propri limiti (voler conoscere la sessualità, dimostrarsi adulti, radere al suolo una porzione di società che non considera e non accoglie). I sentimenti, puri o artefatti, sono congelati, ibernati in una situazione di stallo che immobilizza gli adulti rendendoli delle specie di automi le cui parole non rispecchiano le azioni che compiono.

Dalila Placido (Barbara Chicchiarelli) dice al marito Bruno (Elio Germano): «Sei il miglior padre che conosco.» Un’affermazione che, per il tono e la palpabile svogliatezza con cui viene pronunciata, parrebbe finta, inserita nel clima asettico e sgangherato di Favolacce, risuona invece come la più onesta delle verità. La capacità di critica – e autocritica – è azzerata; i genitori si trascinano svogliatamente appresso il loro ruolo senza sapere bene quali rischi e doveri comporti.

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La regia dei fratelli D’Innocenzo è una danza meccanica, costituita da passi avanti e passi indietro, regole basilari di un ballo che ha come obiettivo quello di osservare nell’insieme, quasi come voyeur, quei comportamenti tipo che determinano e descrivano la popolazione del sottobosco provinciale, e di esasperare con il dettaglio le peculiarità del singolo. Padri e madri di cui si deve aver paura, di cui si deve diffidare e che per questo vengono ritratti attraverso sineddoche dell’immagine: la furia di un padre viene portata all’eccesso inquadrando la ferocia della sua bocca spalancata mentre sbraita incolpando il vicino di casa di un “crimine” che non ha mai commesso, e così di conseguenza le mani in movimento, gli sguardi vitrei e catatonici, i fisici mostrati nella loro imperfezione respingente. I fratelli D’Innocenzo maturano e affinano uno stile tutto loro, dirompente e controllato, che già aveva caratterizzato il loro film d’esordio La terra dell’abbastanza, e che con questo secondo lungometraggio emerge e si erige a poetica. Indefinibile e sfuggente alla categorizzazione, Favolacce, risulta un prodotto innovativo nel suo linguaggio camaleontico e trasversale, anche se di passi in avanti se ne possono ancora fare.

Non è dunque pretenzioso affermare che non si tratti della consacrazione di due nuovi autori, bensì di una buona mossa, di un ulteriore passo per avvicinarsi alla realizzazione di un rinnovato e dinamico cinema giovane che, pur rifacendosi al racconto delle realtà di confine, si presuppone di portare alla luce un’interiorità sommersa comune all’individuo contemporaneo.

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