#BirdmenConsiglia: (altri) 6 film da guardare in streaming | Parte 7

Fintanto che è stato possibile prendere posto comodamente in una sala cinematografica, ogni mese questa rubrica ha sempre cercato di compattare e consigliare un manipolo di titoli di volta in volta ritenuti i più interessanti tra quelli in uscita al cinema (spesso pure ignorando la loro circolazione in circuiti limitatissimi e d’essai). Da qui, con il conseguente confinamento e prolungamento della quarantena a un tempo forse indeterminato, cerchiamo di declinare il senso di questa rubrica rispetto alle nuove contingenze. L’obiettivo, allora, diviene quello di restituire a voi lettori le possibilità di un orientamento lungo l’intricata babilonia delle piattaforme streaming. I film di rilievo ora disponibili sono tantissimi, spesse volte anche gratuitamente. Ci è parso quindi più giusto e sensato scandire la distribuzione della rubrica non più mensilmente ma settimanalmente, e consigliare 6 film da vedere in streaming, uno per ciascuna piattaforma selezionata tra le più blasonate e seguite dagli utenti: Netflix, Prime Video, Disney+, VVVVID, MUBI e RaiPlay.

Eccoci dunque al quinto appuntamento, coi consigli settimanali del mese di aprile che portano il grande cinema nelle nostre case! Qui tutti i nostri consigli di visione.


#BirdmenConsiglia


Netflix

Mean Streets (1973), di Martin Scorsese

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Robert De Niro e David Proval in Mean Streets

Domenica in chiesa, lunedì all’inferno recita il sottotitolo italiano del film. Equilibri precari che tracciano le coordinate del primo personaggio scorsesiano di rilievo al tempo della Nuova Hollywood, il Charlie Cappa di Harvey Keitel: da una parte fervente cattolico, dall’altra aspirante figura di riferimento della criminalità a Little Italy. Nel mezzo, però, la sostanza, cioè le cazzate: l’amore per una ragazza epilettica e soprattutto l’amicizia con quella nullità di Johnny Boy (un Robert De Niro mezzo imberbe e col caschetto dei Beatles), che non fa altro che mettersi nei casini, procurando le rogne maggiori ovviamente allo stesso Charlie. Ci sono San Gennaro, la Malafemmena di Jimmy Roselli e scorci di una città che è già divenuta terreno fertile per le fortune successive (Goodfellas su tutte, nel 1990). Prima ancora di debordare nelle grandi storie, Martin Scorsese ha voglia di parlare in piccolo di sé e di entrare nella sua storia (e lo fa davvero, in un certo senso, vestendo i panni di Jimmy Shorts). Irrinunciabile per conoscere uno dei grandi maestri del nostro tempo.


Prime Video

Solo gli amanti sopravvivono (2013), di Jim Jarmusch

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Tilda Swinton e Tom Hiddleston in Solo gli amanti sopravvivono

L’immersione del romanticismo decadente e sempre fascinoso di Jarmusch nell’orizzonte vasto delle fantasticherie non è cosa nuova dell’ultimo, zombifico I morti non muoiono (2019). Prima c’è spazio per gli amanti vampiri di Tom Hiddleston e Tilda Swinton, cioè Adam ed Eve. Creature ultrasecolari ma non ultraterrene. Quella che era la terra degli uomini, le metropoli pulsanti di produzione e cultura, qui Detroit e Tangeri, ora sono mondi svuotati del senso di vivere, della ricerca del bello: gli umani, ecco, sono gli ultraterreni. I vampiri di Jarmusch si amano e amano la cultura, ne custodiscono l’impronta sulla Storia, gli strumenti che l’hanno disegnata. Sono collezionisti e dandy intellettuali che reinventano le mode degli uomini estinti, cancellati dalle scorie del capitalismo: immagine riflessa, appena obliqua e distorta, del nostro tempo, fuori dal tempo.


Rai Play

The Canyons (2013), di Paul Schrader

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James Deen e Lindsay Lohan in The Canyons

Massacrato a suo tempo, e a tratti ancora oggi. Beffeggiato per una certa volgarità e abulia, per una vacuità di fondo, per essere opera senza spessore e irresoluta. Ma si guardi almeno alla sincronia perfetta che c’è tra il lavoro di Schrader e quello della scrittura di Bret Easton Ellis. Lo sguardo dei due, doppio e univoco, coglie qui la fine delle grandi storie del cinema, dell’imponenza dello studio system, la riduzione del cinema a oggetto maneggiabile, lo smartphone, che risponde alla logica dell’immediato uso-consumo di immagini. Da queste non si generano più significati, prospettive d’indagine; solo deiezioni, porcate a bassa risoluzione, immagini sgranate e sovraesposte (come lo è tutto il film) da e per i pixel degli schermi a 5 pollici. Nella prospettiva glaciale dei due autori, Hollywood è un cimitero di valori e di significati, entro cui i corpi-oggetto di una esasperata, grandissima Lindsey Lohan e dello psicolabile James Deen, domatore partecipe (regista sarebbe un insulto) di set porno fatti in casa, sono incapaci di sottrarsi allo scorrimento verticale dei social, e rispondono alla sola logica passivo-aggressiva di bisogni primitivi. Opera cinematografica straordinaria di abusi e consumi tra le più riuscite del nostro secolo.


VVVVID

Piccoli omicidi tra amici (1994), di Danny Boyle

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Christopher Eccleston, Ewan McGregor e Kerry Fox in Piccoli omicidi tra amici

Gli esordi ci piacciono un casino, questo s’è capito. Ecco che allora non possiamo esimerci dal pescare dal catalogo VVVVID l’opera prima di un regista amatissimo, specie dalle generazioni dei nineties (e non solo), Danny Boyle. Non solo, qui è tempo per Ewan McGregor, futuro pupillo del regista in Trainspotting (1996), di sfoderare per la prima volta le sue doti attoriali nella prospettiva affatto semplice di una black comedy sanguinolenta. E non dimentichiamo Christopher Eccleston (tra i vari, Doctor Who e The Leftovers). Insomma, quel che succede è che tre coinquilini ne accolgono un quarto per occupare l’ultima stanza, ma dopo una sola notte questi viene trovato morto. Assieme al cadavere, però, una valigetta contenente parecchi soldi. Attirati dalla possibilità di accaparrarsi un facile bottino, e sottratti a ogni forma di decenza, i tre decidono di smembrare e nascondere il cadavere. Grottesco e fuori misura, il microcosmo degli appartamenti luridi di Boyle è già qui in iperventilazione, già allucinato. Alla faccia dell’esordio.


Disney Plus

Free Solo (2018), di Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi

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Alex Honnold in Free Solo

L’arrampicatore statunitense Alex Honnold è un fenomeno delle scalate in free solo, cioè in solitaria e senza l’assicurazione di corde e sostegni. Ha un obiettivo che lo porterebbe a fare la storia: superare gli oltre 2300 metri di El Capitan e giungere sulla sua vetta. Tre anni per preparare la missione, con il successo perseguito nel luglio 2017, e il documentarista Jimmy Chin sempre accanto, sempre. Specie nella spirale vertiginosa delle pareti di roccia a strapiombo, scoscese, dove Hannold si torce e s’avvita in verticale come un ragno, inumano. Convincente nel portato estetico delle immagini e avviluppato d’una emotività densa senza essere pervasiva, che pesca da repertori di foto e footage l’infanzia timorosa e solitaria del ragazzo, Free Solo, premio Oscar per il Miglior Documentario nel 2019, è un’opera solida, ipnotica nell’imprimere allo spettatore una spinta ascensionale oltre il rifugio delle paure, oltre le titubanze; in maniera americanissima, certo, ma riuscita, sempre più su, accanitamente, verso gli obiettivi e i sogni.


MUBI

The Grandmaster (2013), di Wong Kar-wai

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Zhang Ziyi in The Grandmaster

Non amate le arti marziali? Forse, ma di certo siete fan di Wong Kar-wai, e grazie tante. Pensate alla grazia malinconica dei corpi insieme liquidi e meccanici nei melodrammi del maestro di Hong Kong, estroflessa, ora, negli slanci del kung fu, delle articolazioni snodate e intrecciate. Qui l’Ip Man di Tony Leung non respira più l’umidità delle torrenziali piogge estive nella metropoli verticale moderna (In the mood for love, 2000), ma soffia e incrocia il respiro della sua amante-avversaria Gong Er (Zhang Ziyi de La tigre e il dragone, La foresta dei pugnali volanti, Memorie di una Geisha), nel rallenti dei loro volti in volo, nello spazio del dojo, dei palazzi regali, lungo la Cina dei tumulti degli anni 30. Tragico e bellissimo, occorre davvero che lo recuperiate.

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