In nome della madre – Maria voce di donna nelle parole di Erri De Luca

L’Associazione KERKÍS. TEATRO ANTICO IN SCENA promuove spettacoli della tradizione classica greca e latina e di eventuali loro successive rielaborazioni. La sfida di riproporre al pubblico odierno tragedie e commedie di oltre duemila e cinquecento anni fa sulla scena teatrale contemporanea è vinta quando queste risultano capaci non solo di comunicare idee ed emozioni, ma anche di far emergere le radici di una civiltà arcana, ma ancora presente, viva e dinamica, in cui scoprire un’eredità e un’identità.

Fondata nel 2011 da un gruppo di docenti, studenti ed ex studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’attività di Kerkìs si muove non solo sul fronte artistico, ma anche su quello formativo, coltivando la sensibilità̀ per i testi dell’antichità greca e latina che ci hanno raggiunto, ed educando attori, musicisti, drammaturghi, costumisti, scenografi ad affrontare le complessità e le sfumature dei drammi classici attraverso tecniche specifiche, sempre in dialogo con le attività di ricerca scientifica e di didattica che si svolgono presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, con la collaborazione dell’Accademia di Belle Arti di Brera. 

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Kerkìs ci ha ospitato di nuovo al teatro di San Lorenzo alle Colonne di Milano in occasione dello spettacolo In nome della madre, con la direzione di Christian Poggioni, proposto in data unica il 18 dicembre come speciale di Natale: il monologo, uscendo dal repertorio classico della tradizione antica, è tratto dal romanzo omonimo di Erri De Luca, e dà voce alla figura e alla storia di Maria, che si racconta in prima persona come ragazza, donna e madre, prima che come figura della tradizione cristiana, quasi sempre silenziosa. «Qui c’è la storia di una ragazza» scrive Erri De Luca «operaia della divinità, che travolge ogni costume e legge».

Il teatro dona anche un corpo a Miriàm, interpretata in maniera vibrante da Giulia Quercioli: in un allestimento dotato di pochi semplici elementi caratterizzanti, Miriàm prende vita coinvolgendo il pubblico oltre la quarta parete. E così vediamo coi suoi occhi la visitazione dell’angelo, avvertiamo fisicamente la gioia del dono della maternità e sentiamo sulla nostra pelle le difficoltà della gravidanza, sempre accolte con coraggio e fede.

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La resa scenica è accompagnata e impreziosita da musiche originali eseguite dal vivo da Fabio Rovelli: alternando melodie a brani d’improvvisazione che richiamano sonorità indiane ed arabe, la musica si amalgama al canto di Miriàm, che sfocia nella parola, creando un vortice di sensazioni da cui lo spettatore viene pervaso e trasportato.

L’impianto scenografico, essenziale ed efficace, sorprende nel momento del parto, quando un semplice telo bianco diviene simbolo ed insieme evocazione del travaglio e della nascita, con una semplicità squisita ed insieme disarmante.

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L’umanità è la chiave di lettura di questo spettacolo: umani sono i gesti benevoli di coloro che incontriamo lungo il viaggio, così come umane sono anche le malelingue di Nazareth. Ma soprattutto riscopriamo come straordinariamente umani l’amore e la fiducia che l’umile Iosef nutre per Miriàm, innamorato al punto di accettare un figlio non suo, e di andare oltre le regole e le convenzioni dell’epoca – sposando una donna incinta – per salvare lei ed il figlio che porta in grembo dalle persecuzioni.

E profondamente donna, terrena, viva, è innanzitutto Miriàm, che canta l’immensa gioia di aspettare un figlio, e soffre, nella notte del parto, il dramma di doverlo consegnare alla vita, ed insieme anche alla morte: come tutte le madri del mondo, vorrebbe cullarlo per sempre tra le sue braccia, ma con la consapevolezza della missione cui Jeshu è chiamato, e che un giorno lo sottrarrà alla sua protezione. Miriàm è anche piena di Grazia: una Grazia tangibile, reale, che «Non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. È la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote di profeti. È un dono e tu l’hai avuto», come dice Iosef nel testo.

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Veniamo investiti dalla forza di questa donna, che mostra il pancione frutto dell’amore del suo Dio e di suo marito senza lasciarsi intimorire dai giudizi altrui, e poi veniamo travolti dalla tenacia di questa madre, che mentre partorisce prega Dio affinchè il figlio cresca brutto e mediocre, affinchè resti nell’anonimato e si accontenti di una vita umile, pur sapendo che il suo destino è grande e terribile: il suo amore, il suo dolore, diventano universali.

Miriàm parla al piccolo Jeshu, da madre a figlio appena nato, tenendolo stretto al petto per paura di perderlo nel mondo pronto a ghermirlo. Le sue sono parole nude, ancora sanguinanti, svestite di qualsiasi orpello o aurea ultraterrena, e dunque ancora più potenti nella loro nuda verità e semplicità: «Più del giorno ti stupirà la notte. È un grande grembo stracarico di luci. Nelle sere d’estate qualcuna si stacca e viene vicino, fischiando. In mezzo a loro passa una via bianca, un siero di latte, quando lo vedrai vorrai succhiarlo. Pensa che io sono una di quelle luci e intorno a me c’è un ammasso di altre. Così è la notte, una folla di madri illuminate, che si chiamano stelle: di tutte loro, solo io la tua. A guardarle fanno spalancare gli occhi e allargare il respiro. Ma tu non sai ancora cosa è, il respiro. È questo su e giù del petto che ti dondola».

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Ci troviamo a sbirciare nell’intimità della scena più rappresentata e conosciuta della storia del mondo, eppure sembra di vederla per la prima volta.

In un susseguirsi di piani tra la narrazione e le vicende vissute in prima persona, lo spettacolo evoca un tempo antico, carico di atmosfere lontane ma al tempo stesso comuni e incredibilmente vicine. La distanza tra Sacra Scrittura e realtà, tra il divino e l’umano, si ripiega su sé stessa, grazie al teatro, e la linea retta si trasforma in un abbraccio: questo è l’augurio che Kerkìs ha dato al suo pubblico.

Il 2019 si è appena concluso, ma il nuovo anno vedrà Kerkìs impegnata fin da subito con l’allestimento dei Menecmi di Plauto, in scena dal 21 gennaio sempre presso il Teatro di San Lorenzo alle Colonne di Milano (qui la stagione completa della compagnia).

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