#mitologie 3 – Fly Mode: prospettive sul drone, con testi di Bernardo Pacini

#mitologie è una rubrica ad apparizione casuale ispirata all’omonimo libro di Roland Barthes, pubblicato in Francia nel 1956 e in Italia conosciuto come Miti d’oggi (1974). All’insegna dello smantellamento o dell’«iconoclastia», Barthes leggeva il “testo” cosciente della sua infinità di senso, consapevole di vivere nella semiosi. “Mitologie” perché si concentrava sulla mitopoiesi moderna. Il terzo episodio di questa rubrica si concentrerà sul tema o “potenziale” tema del drone all’interno della serialità, con un’incursione nella poesia contemporanea: in fondo all’articolo, tre testi inediti di Bernardo Pacini, da Fly Mode, di prossima pubblicazione nella collana A27 di Amos Edizioni.
Per recuperare il primo episodio, leggi qui. Per il secondo, leggi qui.


con poesie inedite di Bernardo Pacini, da Fly Mode

(se poi mi schianto il mio cuore viene sostituito /
con un pezzo al top della gamma).

Il quadricottero, II

Nessuno lo sa con certezza, ma parrebbero più di quattordicimila i satelliti artificiali in orbita attorno alla Terra, contro il solo naturale. È questione di sguardi, di prospettiva, di altezza. La ritrattistica letteraria a riguardo è enorme, basti a titolo d’esempio però il Philip Dick delle Cronache dal Dopobomba (1965), che immagina Walt Dangerfield, popolarissimo astronauta, in traiettoria verso Marte e condannato, invece, a causa d’una Apocalisse nucleare, a rimanere à la Cancroregina, attorno al Pianeta per il resto dei suoi giorni. Con lo sguardo sopra tutti gli uomini, sopra una Terra priva delle telecomunicazioni, Walt diventa lo speaker dell’umanità, l’unico intermediario, intrappolato nella sua nave.

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Prospettiva e visione, cosa c’è in gioco

Se è di sguardo che parliamo, di prospettiva e di altezza, la figura del drone (figura in termini nondimeno retorici) più di quella satellitare è una delle più promettenti nella serialità, non solo fantascientifica. Pensare a Black Mirror è molto semplice: Hated in the Nation/Odio Universale (terza stagione, puntata 6) è il famoso episodio delle api-drone (da to drone, “ronzare”) che dovrebbero sostituire le api-biologiche, in estinzione, ma che finiscono per essere uno strumento di mappatura politico, di controllo.

Il carattere della visione dal drone è, ovviamente, uno degli elementi di interesse maggiore. Sembrano due le questioni in gioco: 1) la deroga alla presenza, cioè la diminuzione del coinvolgimento fisico e sociale; e dunque l’appropriazione di prospettive inumane, insolite (la prospettiva aerea, lo sguardo dall’alto distanzia e conferisce, in qualche modo, un vantaggio oggettivo, di tipo tattico – tutt’altra cosa avviene nei termini del coinvolgimento); 2) la responsabilità, cioè l’attribuzione di responsabilità di atti e azioni tramite drone (soprattutto nel campo bellico, ma non solo). In Black Mirror, come sempre, il discorso finisce per essere distopico in senso stretto e soprattutto disturbante (è ciò che ha reso col tempo la serie prevedibile). Perciò è bene andar oltre e cercare nuovi esempi, più centrati. 

Due esempi di serie con “protagonista” un drone

Secret City (2016-2019) [disponibile su Netflix]

La serie australiana, tutt’altro che popolare, disponibile nelle sue due stagioni su Netflix, riesce a frequentare il tema con grande intensità. Se la prima stagione è un buon e avvincente esempio di fantapolitica (con messa in gioco delle superpotenze Cina e USA), la seconda è interamente concentrata sulla figura del drone. La giornalista Harriet Dunkley (Anna Torv, la ricordiamo soprattutto per il suo ruolo in Fringe) è la solita imperterrita giornalista del modello anglosassone, che si caccia in mille guai pur di raggiungere la verità, no matter what. Il nuovo “caso” è molto semplice. Una casa in un centro rurale esplode, all’improvviso. Pare una fuga di gas [spoiler], in realtà: è un attacco missilistico, forse un errore? Forse, di certo dietro c’è la mano della “pilota” del drone, una sua intentio. Ma di questo non si dica oltre. La cosa che ci interessa particolarmente è: immediatamente la pilota si reca nel luogo dell’accaduto, prova profonda rabbia e senso di colpa, fugge comunque dalle proprie responsabilità.

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Jack Ryan (2018 – in corso) [disponibile su Amazon Prime Video]

Un analista, Jack Ryan (il John Krasinski di The Office), ex-marine, sente che le tracce di un pagamento sono sospette. Lo fa sapere al suo capo James Greer (Wendell Pierce). Ha inizio così la caccia spietata al terrorista Mousa Bin Suleiman (Ali Suliman), il nuovo Bin-Laden. Parallelamente, un certo Victor Polizzi (John Magaro) pilota di droni per l’areonautica viene a sapere che l’uomo ucciso durante un raid era l’uomo sbagliato. Seppur la trama non trovi particolare beneficio da questa linea narrativa, la sceneggiatura non risparmia minuti: l’uomo va nel medio oriente tentando di redimersi pagando in dollari al padre la perdita del figlio. Il perdono, però, è immediato (o l’incomprensione linguistica annulla ogni tentativo). E l’assoluzione si compie, tutto individualmente.   

Qual è il minimo comune denominatore?

A inizio articolo si parlava di deroga alla presenza e di prospettiva inumana; poi di responsabilità, come elementi fondanti dell’esperienza drone. Ebbene, hanno un corrispettivo nelle serie. Non dimentichiamo che entrambi i personaggi, in un modo o nell’altro, si avventurano in un percorso di espiazione, tutto solitario: da un lato (Secret City) espiazione eroica; dall’altro espiazione introspettiva, quasi mistica (in Jack Ryan, sarebbe più chiaro vedendo la sequenza). Cosa accomuna ulteriormente le due narrazioni della fatalità del drone, e in che modo surrogare e mettere in prospettiva?

Deroga della presenza e prospettiva inumana

La regia di entrambe le serie non mette in gioco l’elemento sine qua non un drone non sarebbe un drone: la distanza, l’impossibilità di avvicinare pilota (omicida) e target (bersaglio), in un combattimento a danno zero per il primo; e l’elemento meccanico, lo schermo. Invece, eccoci sul luogo del delitto, in una sorta di compensazione tecnica, strumentale, che però ha il sapore della violazione delle regole, o di un tradimento “politico” di intenti. Ciò che poteva essere una risorsa, sia dello specifico filmico, sia in quanto grimaldello di situazioni significative, viene ridotto, letteralmente, eliminato o usato con “banalità” (l’inquadratura sull’interfaccia del drone è solo un passaggio di testimone, nulla più).

Responsabilità: individuale o collettiva?

Il carattere della individualità dell’esperienza è un secondo tradimento, che è più un passaggio in sordina di una certa società, in particolare l’americana. Mi spiego: entrambe le serie dipingono i piloti come nevrotici, a volte come qualcosa di più, persone a cui serve “aiuto”. La patologia psicologica nel racconto a cui siamo abituati, che sia letterario, filmico, seriale (un certo tipo di racconto, diciamo il mainstream), è mostrata sempre come elemento profondamente personale. Non è dato risalto alle responsabilità della società, al contesto di nascita delle patologie, non è dato risalto a ciò che ha portato civilmente a una data degenerazione (un atto o una emanazione): solo alle responsabilità dell’individuo (mi sembra un meccanismo in azione anche nella lettura delle stragi, recentemente razziste, negli Stati Uniti). [L’esempio contrario è rappresentato da Joker di Todd Philips, che pure rischia di mitizzare la stessa demistificazione]. Il peso degli errori di una società, insomma, ricadrebbero sull’individuo – che però può essere reintegrato. A lungo per Jervis, in una sua prefazione a Eros e Civiltà di Herbert Marcuse (1955 USA, poi in Italia per Einaudi 1964), è stata la funzione della psicanalisi. Così anche Harold Greenwald nella sua splendida inchiesta Le ragazze squillo (Bompiani, 1955), che tenta una rassegna di “tipi” di prostitute, a fini di ricerca, e supporta un’idea tutt’altro che curativa ad personam: per far sì che non ci sia sofferenza (ammetteva ovviamente che una prostituta potesse farlo per scelta), cioè che l’individuo non provi inadeguatezza in una delle sue presentazioni in società, è la società che deve guarire.

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Prospettive artistiche, ovvero

Della potenzialità della “figura”, ancora, retorica e non del drone, può darsi un uso non strumentale, intendo: un uso che si sviluppi a partire dalla sua alta metaforicità: l’individuo che agisce su un reale che percepisce illusoriamente, senza alcun tipo di ricaduta. L’individuo che costruisce uno schermo, una barriera, un inganno consueto tra sé e ciò che resta. Istruzioni: sostituisci “individuo” con “società”. Già era capitato d’imbattersi in un interessante cortometraggio al Pentedattilo Film Festival del 2018: Game Over (Maria-Kristin Neheimer, Germania, 7′) che del drone, del suo utilizzo ludico (e non troppo), ha detto qualcosa di nuovo. Persino la performance di Krzysztof Wodiczko [foto di copertina da Them], che ha fatto fotografare a quattro droni occhi di frequentatori del Parco Sempione, per poi mostrarli da un palco, sembra intuirne un utilizzo artistico, una questione di sguardo. (Addirittura esistono dei droni come strumento di recupero di opere d’arte, scopro, se uno stormo può servire “contro l’ISIS”, citiamo).

Fly Mode di Bernardo Pacini – una nota di prelettura

Bernardo Pacini (1987) è un poeta fiorentino. Ha pubblicato Cos’è il rosso (Edizioni della Meridiana, 2013), il libro d’arte Perfavore rimanete nell’ombra (Origini, 2015) e La drammatica evoluzione (Oèdipus, 2016). Mi sembra una declinazione innovativa il libro, dal quale sono stati tratti i versi in esergo, ancora per poco inedito: Fly Mode (è prevista a inizio 2020 la pubblicazione per Amos Edizioni, nella collana A27). La questione diventa percettiva, per esempio: «In 4:3 sarà uno spettacolo atroce: | ciò che non esiste, ciò che non sa d’esistere | desisterà | diventerà una fase standard del discorso». E il passo verso l’ontologia è breve: «la batteria che cala troppo presto | il falso peso di una pietà virtuale dello sguardo | che quanto più registra tanto meno guarda | eppure ammetterai / che tale elevazione / è pura trascendenza» [le sbarre oblique sono di Pacini, quelle verticali segnano la fine del verso]. Percezione e quindi sguardo, ontologia e, perché no, trascendenza: in un esperimento (in un progetto) che possa anche risolvere l’io lirico, la sua soppressione e quindi il problema dello sguardo in poesia in un’intermediazione meccanica, in uno schermo che non sia solo ottima figura retorica ma soprattutto un impedimento o un propellente reale. Distanziare potrebbe significare, in realtà, soltanto allungare i punti di qualcosa che è già lontano miglia.

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Foto tratta dal Blog di Interno Poesia

L’oggetto è senziente. Significa perdere oggettualità? Al tempo delle AI, non si sa bene. Però dotare un meccanismo di un linguaggio, per di più poetico, significa in sostanza arrischiarsi nella sua lingua. Forse il quadricottero, così come vola, gioca su un ritmo ben visibile, una versificazione al contempo segnata e spezzata (e marcata dalle ripetizioni), fatta di scatti e di soluzioni interpuntive ulteriori (la sbarra citata).

Sembra che l’oggetto di Pacini, il suo mezzo-iolirico sia un drone comune. Ne scaturisce una lettura quotidiana e non “eroica”, non “militare”, un affrontare l’inquietudine e le possibilità di utilizzo del drone nelle piccole cose, e quindi nei rapporti, nella visione della realtà comune, anche occidentale, che potrebbe significare, e qui chiudo, metaforizzare ulteriormente gli schermi che frapponiamo alle relazioni, i media e i social.

In conclusione, per concessione dell’autore, si allegano tre poesie inedite dal libro.


Testi inediti da Fly Mode di Bernardo Pacini

di prossima pubblicazione nella collana A27 di Amos Edizioni.

Hovering

Era […] la lezione della spaventosa,
indicibile e inimmaginabile banalità del male.
H. Arendt

I

Abissato in questo sogno meridiano
immobile / nella tratta dei venti
io vedo tutto.

Come ora: una serqua di frisoni s’impenna tra le lapidi.
Lussano crisantemi, snidano pomone
i seni grandiosi drizzati coi mignoli.

Animals as leaders, penso: i musi enormi che sniffano
la cenere dei vivi.
Scuotono il seminterrato
                                          la famiglia divampa
in roghi differenti.

. . .

All’esterno si vede bene
l’orso blu al finestrone:
guarda dentro
                        la bazza
a millimetri dal vetro.

Per quanto ancora non ci creda
sono solo un
                     grosso orso blu
che guarda dentro.

 

Walkera

(per Clarissa)

Ogni giorno che passa sono obbligato a vederti
mentre vai nella direzione opposta / sulla mia stessa linea
lanciata da chi, guidata da cosa, venuta da dove.

Non mi somigli, c’è una strana affinità. Mi piace immaginare
che gli impercettibili scarti nella rotazione dell’elica
le sfumature del tuo amabile ronzio siano messaggi per me
lo sfarfallamento di un ciglio che vorrei ancora comprendere
cui vorrei rispondere / come la prima volta.
Sei sempre dentro di me, letteralmente:
salvata in DCIM, in ordine per data.
Appari all’incirca al minuto 27
eccetto il martedì – che prendo un’altra strada.

 

Docking Station

Prima di iniziare una nuova sessione di volo
lo vedo progettare viaggi che non sarà lui a fare
con la stessa rassegnazione di un’ostetrica che
durante un turno di lavoro fa nascere due vite
senza più la sua per lei.

Inebetito dal tepore, dalle luci soffuse della docking station
percepisco la corrente elettrica in tutto il corpo
questo accade: un’alluvione, lo sento chiaramente
avvolge le mie celle litio-polimero quando sono in modalità riposo
una sorta di meditazione vicina al sonno ristoratore
eppure un’infusione di potenza – fino a un massimo misurabile.

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