#PFF19 – Muffin

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Per quest’edizione Birdmen è media-partner del Pentedattilo Film Festival, il festival internazionale di cortometraggi che si svolge a Pentedattilo (Reggio Calabria) dal 19 al 22 settembre. Qui le nostre recensioni in anteprima. Una selezione di sei elementi della redazione comporrà la giuria per la Sezione Thriller. Leggi cosa è successo durante l’edizione precedente!


Una videocamera riprende un uomo anziano, seduto sul sedile anteriore di un’auto ferma in mezzo a un bosco, che interdetto esita a obbedire agli ordini dell’uomo che lo sta filmando. Un padre e un figlio, protagonisti di questa prima ripresa notturna, fanno la vittima e il carnefice in un cortometraggio dalle tinte quasi immediatamente distopiche: senza un apparente motivo, il figlio abbandonerà suo padre nel bosco filmando l’intera scena, un elemento tecnologico “fuori luogo”, che stona nel contesto psicologico.

Muffin, primo cortometraggio firmato da Daniel Bolda, rispolvera un classico modello etico come proprio paradigma narrativo: ogni azione umana ha un prezzo, e la perfetta corrispondenza – quasi matematica – tra il costo delle proprie azioni e il beneficio che porteranno è la chiave di lettura della regia. Così come in un universo karmico vi è perfetta compensazione morale, così alla prima scena il regista fa seguire quello che sembra essere un epilogo. Una scelta apparentemente poco lineare ma montata ad hoc per rendere immediatamente evidente la simmetria tra l’abbandono del padre a morte certa e il prezzo di tale decisione. Lo stesso titolo, Muffin, fa capo ad una scelta, quando la moglie del protagonista, il mattino seguente, gli propone per colazione un muffin o un cupcake, come “alternativa”.

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La regia frenetica, e così anche le musiche, che traduce l’elemento ansiogeno, fornisce benissimo il “peso” del senso di colpa del protagonista. I suoi movimenti sono rallentati, appesantiti: gira con difficoltà il cucchiaino nella tazzina del caffè all’apparenza più denso del normale,  l’acqua nella doccia è più violenta al tatto, e la stessa alterazione colpisce l’udito nella resa al rallenty della voce metallizzata della moglie.

Fa presto la sua apparizione il nucleo distopico del corto, quando il protagonista raggiunge un’azienda dai tratti futuristici per rimediare al suo errore e sciogliere il patto lì contrattato. I video luminosi sulle pareti della sala d’attesa – giovani rapiti e ammanettati precedono una donna anziana che balla un’ inquietante e grottesca danza erotica con un uomo più giovane – e la voce registrata mandata in onda di continuo “nothing is expensive, nothing is free” rivelano la natura deviata, o meglio, “controllata”, della realtà del protagonista. L’azienda offre ai suoi clienti un ventaglio ampissimo di opportunità di vita “migliore” al prezzo di sacrifici personali proporzionati al “miglioramento” da apportare: una logica del baratto operata su merci insolite e declinata, nel nostro caso, in un contratto non rescindibile che offriva al protagonista una vita migliore in cambio della morte del padre, con la fornitura di una piccola videocamera per filmare il tutto, così da ampliare la gamma dei video promozionali.

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Una distopia costruita attorno ad un elemento “filmico” che dirige un modello di libero arbitrio portato all’estremo, e che non fa altro che farlo ricadere su sé stesso. La videocamera, la presenza di questo elemento intruso e artificiale – come la freccia illuminata al neon nel bosco – rappresenta l’elemento di “controllo” delle azioni umane, una presenza inquietante che si avverte in tutta la pellicola, dove le inquadrature panoramiche che seguono la vettura del protagonista, quasi pedinandola, rimandano ad un occhio esterno sempre vigile.

Muffin è un cortometraggio sul potere dell’immagine, sul fascino pericoloso di una realtà ben costruita con le proprie mani: “l’artificio” è il vero protagonista della pellicola, il potere di piegare e modellare a proprio piacimento tanto gli eventi quanto le loro immagini sullo schermo, con il rischio amaro, raffigurato negli interni immutati della casa, nelle giacche sempre uguali nell’armadio del protagonista, di non potervi mai riuscire.


Vetro by Daniel Bolda

With this edition Birdmen is media-partner of Pentedattilo Film Festival, the international short movie festival held in Pentedattilo (Reggio Calabria) from Sept. 19th to Sept. 22nd. Here is the preview of our reviews. Six of our editors will form the jury of the Thriller section. Read what’s happened last year!


A camera films an old man, who is sitting on the front seat of a car parked in the middle of the woods. The speechless man hesitates to obey the orders of the man who is filming him. The main characters of this very first night shooting are a father and a son, who also become the victim and the perpetrator in a short film with dystopian vibes almost from its start. For no apparent reason, the son abandons his father in the woods while filming the entire scene, which results in an inappropriate technological ingredient which is out of place in this psychological context.

Muffin, Daniel Bolda’s first short film, revisits a classical ethic model as his own narrative paradigm: every human action has a price and the perfect – almost mathematical – correspondence between the cost and the benefits of one’s actions is the key to interpret the direction. In the same way as in a karmic universe there’s perfect moral compensation, the director has the first scene followed by what it seems an epilogue. Even if this choice doesn’t seem very coherent, it actually is an ad hoc editing that perfectly shows the obvious symmetry between the action of abandoning the father to die and the price of such decision. Even the title, Muffin, relates to a choice: the next morning, the wife of the protagonist will in fact ask him to choose between a muffin or a cupcake for breakfast.

The hectic direction as well as the soundtrack are able to convey anxious emotions and to represent the “weight” of the protagonist’s guilt. His movements are slower and heavier. He struggles in stirring a coffee thicker than usual with his tea-spoon. The water in the shower is rougher to the touch. The same distortion affects the hearing as well thanks to the rallenty of the wife’s metallic voice.

The dystopian core quickly comes out as the main character reaches a factory with futuristic features to fix his mistake and to withdraw from the contract he signed there. The bright tapes broadcasted on the waiting room walls – kidnapped and handcuffed boys and girls precede an old woman dancing a disturbing and grotesque erotic dance with a younger man – and the recorded voice constantly repeating “nothing is expensive, nothing is free” reveal the diverted, or rather “controlled”, nature of the main character’s reality.

The company offers its customers a broad range of better life chances which can be paid through personal sacrifices whose entity is proportional to the life “improvement”. It is a sort of bartering system for unusual goods which is ruled through a non-rescindable contract that promised the main character a better life in exchange for his father’s death. The man was also provided with a small camera to film it all, in order to increase the range of promotional videos.

It is a dystopia built around a “film” element taking a pattern of free will to the extreme, doing nothing else but framing it on itself. The camera, the presence of this artificial and intruded element – like for the neon arrow in the wood – represents the element that “controls” every human action. It is a disturbing presence that can be perceived throughout the entire short film, where the panoramic shots following the main character’s car – as if they were tailing it – remind of an an alert eye that keeps observing from the outside.

Muffin is a short film about the power of the image, about the dangerous charm of a reality which we build with our own hands. The real main character of the film is the “artifice”, namely the power to bend and shape the events as well as their images on screen as we like. But as represented by the unaltered interiors of the house and the identical jackets in the protagonist’s wardrobe, we incur the bitter risk of never being able to actually exercise that power.

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