Zombie di provincia – I morti non muoiono

Jim Jarmusch è stato, insieme ai fratelli Coen, il più abile narratore cinematografico degli Stati Uniti degli ultimi trent’anni. L’ormai sessantaseienne regista originario dell’Ohio ha continuamente gettato il suo sguardo, carico di poesia malinconica, sulla frontiera, sulla provincia e sulla periferia metropolitana, i veri epicentri della vita americana, in continua trasformazione e allo stesso tempo statici, al limite dell’immobilità. Non può stupire dunque che la sua seconda incursione nel cinema di genere, The Dead Don’t Die (2019), avvenga con il più compiuto paradigma di una certa fetta di America sullo sfondo. Parlo di seconda incursione perché in principio fu Only Lovers Left Alive (2013), pellicola sui vampiri immersa in un’atmosfera decadente. Nel film che ha aperto il festival di Cannes di quest’anno, il tema frequentato è la non-morte, gli zombie.

Ci troviamo, dunque, a Centreville, il trionfo della medietà e dello stereotipo provinciale made in USA, una carrellata di luoghi (il diner, il motel, il benzinaio, la stazione di polizia) e personaggi (il redneck, la cameriera di mezza età, il geek, i turisti di città) esasperatamente topici. La storia assume i contorni di una distopia con richiami vagamente politici: a causa di una catastrofe ambientale, l’asse terrestre si modifica e tale processo innesca il ritorno dei cadaveri alla vita. In mezzo a questo pandemonio assistiamo alla concatenazione delle vicende che coinvolgono gli abitanti della cittadina, impersonati da un cast pazzesco e in grado di caratterizzare fortemente ogni personaggio, a prescindere dall’assunzione o meno di un ruolo di primo piano (si va dai flemmatici protagonisti Bill Murray e Adam Driver, passando per Steve Buscemi, Danny Glover e una folle Tilda Swinton fino alle comparsate di Iggy Pop e Tom Waits).

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Mi pare lecito affermare che in questo film l’anarchia in fase di scrittura di Jarmusch raggiunge il suo apice, e se da un lato ciò contribuisce a elevarlo al di sopra del puro genere, dall’altro ne esalta fin troppo il carattere di divertissement. Si può dire che tutto l’impianto della sceneggiatura si regga su un discorso meta-cinematografico e citazionistico da un lato; pseudo-esistenziale dall’altro. Ciò che emerge dall’interazione di questi due aspetti è un senso di straniamento, l’impressione di dover sempre stare all’erta per riuscire a cogliere il gioco del regista.

Risulta arduo non immergersi nella trama di rimandi e contro-rimandi (a volte fin troppo espliciti) a classici del genere horror e allo stesso cinema jarmuschiano. Sempre in merito al debito artistico che il regista tenta di saldare spiccano la marcata artigianalità con cui sono ricavati gli effetti più splatter (la dose di puro action non è indifferente) e la ripresa tematica del concetto, fortemente ideologizzato, di zombie come specchio del consumatore medio, reso patrimonio collettivo dal lavoro di George Romero. Sembra quasi di assistere ad una “zombificazione” del concetto stesso, come se ritornasse inaspettatamente alla vita da una dimensione depoliticizzata (e dunque di morte, inattività) in cui era stato relegato.

Andando più a fondo, ci si accorge della dose massiccia di umorismo nero, calibrato nichilismo ed espressioni a cavallo tra il banalmente ordinario, il grottesco e l’assurdo che permea tutti i dialoghi. Il meccanismo giocoso innescato con la rottura della quarta parete si fa sempre meno sottile e più palese, a scapito della coerenza generale di un tutto che, probabilmente, non ha intenzione di essere coerente sin dall’inizio. È qui che emergono tutte le imperfezioni e le mancanze di un film incredibilmente sentito ma caotico e, a tratti, troppo vagabondo e indeciso sia sul contenuto, sia sul rispettivo senso di ciò che vuole veicolare. Il pensiero non può che correre a una pellicola relativamente recente che ha ridefinito i canoni dello zombie-movie; sto parlando di Shaun of the Dead (Edgar Wright, 2004), il quale attinge anch’esso a piene mani dalla cultura pop ma si assume al contempo tutti i crismi del film comico-demenziale, proponendo un ritmo serrato fatto di tempi comici perfetti e una struttura narrativa solida; tutto il contrario rispetto al senso di sospensione e ambiguità onnipresente nell’opera di Jarmusch.

The Dead Don’t Die è la rappresentazione plastica di una periferia umana estremamente ordinaria che esce dagli schemi, ma non nella maniera conciliante e tutto sommato innocua del protagonista di Paterson (2016). Un’umanità che di fronte all’assurdo del soprannaturale e all’inspiegabile del senso della vita si interroga in modi non ortodossi e venati da un’inquietudine irremovibile, forse la stessa che ha sempre animato Jarmusch e i suoi personaggi errabondi, meditativi, straniati e sommamente irrequieti

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