“Il primo re”, nuovo cinema spettacolare dalle fondamenta imperfette

Il primo re è un film dalle grandi premesse e dalle ottime promesse, è uscito con un piccolo ritardo rispetto alla data prevista, risultandone rafforzato in termini di promozione presso un pubblico italiano in cerca di quell’agognata svolta cinematografica che da anni fatica ad affermarsi. È, il nostro, un cinema di pochi alti e molti bassi, fatto di tanti film, la maggior parte mai proiettati o dalla distribuzione soffocata, limitata a pochi giorni in sala, quasi mai in grado di affermarsi presso il grande pubblico.

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Alessandro Borghi è Remo.

In questo senso, il film di Matteo Rovere sembra essere tra i pochi potenzialmente in grado di riscattare il proprio budget e rivelarsi come un successo economico: in Italia andrà fortissimo soprattutto nel Lazio, in particolare in una Roma mai così bisognosa di ritrovare i fasti del passato per riempire i vuoti – o le buche – che ne minano la grandeur e il tessuto sociale; all’estero il film è atteso alla prova più importante, perché da anni un film italiano non si affacciava con queste premesse ai mercati stranieri, forte anche di una scelta linguistica che mette gli spettatori di tutto il mondo sullo stesso piano, una sorta di esperanto al contrario che può circolare sottotitolato in tutte le lingue senza problemi di sincronizzazione nel doppiaggio. Sul proto-latino de Il primo re avevamo già espresso qualche considerazione pre-visione, nel post-visione possiamo considerarlo un latino non molto dissimile da quello classico, talvolta comprensibile anche per le assonanze che un parlante italiano può riscontrare nella lingua latina, tutto sommato interessante nella sua progettualità ambiziosa, nello studio condotto in collaborazione con La Sapienza di Roma.

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I dialoghi, d’altronde, sono centellinati in modo da rendere bene la rozza società pastorale fatta di poche parole e di molta fisicità, operazione in parte giustificata anche dall’intento di non distrarre continuamente l’occhio dello spettatore con un ciclo continuo di sottotitoli. Forse sono proprio questi aspetti a ridimensionare le grandi premesse di cui scrivevo, perché i dialoghi diluiti, i tempi lunghi nei botta e risposta, portano allo stagnamento una sceneggiatura che parte e finisce bene, ma nel tragitto rischia di restare affogata, un po’ come i suoi protagonisti (ma non vi anticipo nulla).

Dunque sono qui le premesse e le promesse, da una parte il grande clamore che ha accompagnato il lancio del film, a mio parere depotenziato dal risultato finale, dall’altra le promesse che Rovere lancia, in tutti i casi, agli spettatori italiani: perché Il primo re non ha compiuto la missione che gli era stata accostata, ma ha tuttavia agitato lo stagno del cinema italiano lanciandovi un masso di dimensioni epiche, aprendo, speriamo, le porte a un cinema italiano fatto anche di azione credibile, di storie “diverse”, un cinema in costume, in carne lacerata e ossa rotte, un cinema di attori che possano finalmente liberare il loro potenziale in parti diverse da quelle del poliziotto buono, del poliziotto corrotto, del piccolo criminale di strada, del boss mafioso…

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Come dicevo, il film inizia in maniera roboante, con forte uso di una ben riuscita computer grafica, cresce in forza ogni volta che l’inquadratura indugia su lotte, combattimenti e battaglie, riesce a impressionare per l’ambizione con cui imita la crudezza di un Valhalla Rising e si rifà ai vari Spartacus (la serie) e altri prodotti stranieri in costume, ma difficilmente la sceneggiatura riesce a dare forza a quei segmenti che violenza non sono. È bello, nelle sue premesse, il conflitto tra Romolo, portatore di pietas e Remo, depositario di una volontà di potere violenta, oltranzistica, egocentrica, ma il detto conflitto non è sviluppato se non nella parte finale del film, senza un apparato che lo sostenga adeguatamente e faccia scattare quei tasselli di senso che soli possono liberare il trasporto dello spettatore nei confronti dei personaggi: vediamo la sfida fondativa, identitaria per la Roma in fondazione, la vediamo ma non la viviamo.

Il finale, tuttavia, risulta forte in quanto integrazione di azione esteriore e interiore, conflitto di armi e di valori. Il monologo di Alessio Lapice/Romolo emoziona e fa ben sperare per il futuro del nostro cinema (le promesse di cui sopra), l’interpretazione di Alessandro Borghi/Remo ci consegna l’ennesima versione riveduta e corretta in levare di un attore che in futuro potrebbe rifondare lo star system italiano, così importante per la crescita del nostro cinema, ma scomparso da qualche decennio.

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Alessio Lapice è Romolo, fondatore di Roma.

Il primo re è un film che va visto dimenticandosi delle premesse che lo accompagnano, che va visto in funzione delle promesse che fa e del futuro che lascia intravedere, altrimenti il rischio di rimanere delusi sarà altissimo: io sono incappato in questo errore, ma invito voi a non caderci. Roma non è stata costruita in sette giorni e nemmeno il cinema italiano può essere cambiato in un batter d’occhio, ma l’impressione è che una nuova generazione di registi ambiziosi si stia avvicinando al grande pubblico, forse senza grandi fronzoli di natura estetica, ma con la voglia di ripartire dal realismo genetico italiano e farne qualcosa di nuovo.

Sono rimasto colpito dagli effetti speciali, poco evidenti e per questo soddisfacenti, dai villaggi arcaici usciti direttamente dal primo Age of Empires, dai combattimenti corpo a corpo frutto di duri allenamenti, dalla luce che filtrava nelle verdi foreste e colpiva lo sguardo del Febo Borghi, grazie alla maestria di Daniele Ciprì, direttore della fotografia a mio parere qui più a suo agio nelle scene diurne che in quelle notturne; meno però mi hanno convinto il ritmo, la progettazione narrativa, il montaggio non certo avvantaggiato dai pochi punti macchina. Tanti 8 milioni per un film italiano, pochi per un film che si preannuncia colossal di due ore: forse tagliare una ventina di minuti dal cuore del film avrebbe reso tutta l’operazione più omogenea, chissà. Forse anticipare di poco il ratto delle sabine avrebbe giovato a cast e pubblico, questo senza “chissà”.

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Remo a caccia nel 753 a.C.

Tanti aspetti, tante questioni in gioco per questo film che fa evidentemente parlare molto di sé e che, credo, sia per natura fonte di fertili discussioni. Dunque un film non banale, dunque un terremoto nella disillusa quotidianità dei cinefili patriottici. Lasciamo che sia il pubblico, per una volta, a decidere se sia un successo o no.

E diciamolo, il fatto che sul suolo italiano qualcuno abbia ripensato il pubblico, gli abbia attribuito gusto per prodotti diversi dalla commedia di vario tipo, è già qualcosa di storico.

Che l’abbia fatto la Rai, poi, è leggenda.

Qui il trailer de Il primo re, distribuito da 01 Distribution:

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