Genealogia di una divinità: Florence Lawrence, la prima “diva” del Cinema

Conosciuta prima con i suoi nomi d’arte, “The Biograph Girl”, “The IMP Girl” o ancora “The Girl of a Thousand Faces”, Florence Lawrence, attrice statunitense attiva negli ultimi anni del cinema muto, deve gran parte della sua fama alle vicende, tra cronaca e cinematografia, legate proprio al suo nome. Nota al mondo del cinema come la prima “diva” apparsa sullo schermo (col nome ben in vista tra i titoli di testa), Florence Lawrence divenne il volto inaugurale del divismo cinematografico: un autentico sistema celebrativo, di matrice hollywoodiana, che conta sul suo altare creature provenienti dal grande schermo. La  dimensione “pubblica” fu per il divo una componente originaria – Florence Lawrence apparve ufficialmente in pubblico, per la prima volta, in una piazza di St. Louis, davanti ad una folla smisurata -, uno spazio reale e allo stesso tempo scenico dove l’attore mette in mostra il suo profilo pubblico e quello più privato. Ma, quello dello star system, è un atto fondativo che andrà oltre, dando vita ad un’ambigua e “sacra” creatura – un idolo – pronta per un vastissimo consumo. Florence Lawrence fu la prima il cui nome e la cui immagine vennero diffusi pubblicamente per accreditarla: una forma di merito e di affermazione, tutta femminile, dalla portata rivoluzionaria per l’industria cinematografica e il pubblico del primo Novecento.

mv5bmdk3zjbhymety2mwys00yjdjltkzmjqtyzixnwywodi4mme4l2ltywdll2ltywdlxkeyxkfqcgdeqxvymduyotuynq@@._v1_Nata Florence Annie Brigwood (Hamilton, 2 gennaio 1890 – Beverly Hills 28 dicembre 1938) recitò per la prima volta sul palcoscenico itinerante della piccola compagnia di attori della madre, guadagnandosi il nome di “Baby Flo, The Child Wonder”. Ebbe poca fortuna a Broadway ma trovò un buon ripiego nel cinema delle “moving pictures” (intrattenimento di basso livello agli occhi di un attore di teatro dell’epoca) guadagnandosi una discreta fama come attrice per la Vitagraph Company, per la quale girò più di 39 film tra il 1906 e il 1907, adottando il cognome di sua madre, attrice di Vaudeville dalla discreta fama. Lavorò per la Edison Manufacturing Company, dove interpretò la figlia di Daniel Boone in Daniel Boone or Pioneer Days in America (1907), per poi tornare alla Vitagraph per Moya (1907) il suo primo film da un intero rullo. L’allora pioniere della macchina da presa David Griffith, nonché capo della Biograph Company, dopo lunghe ricerche per contattarla, non conoscendone il nome, le offrì un lavoro alla Biograph con uno stipendio raddoppiato. Con Griffith girò più di 60 pellicole nel 1908 e più di 100 tra il 1908 e 1909.

Il regista hollywoodiano, che della giovane aveva notato subito la corporea carica emotiva, lavorò molto con l’attrice a pellicole che potessero permettere al pubblico di immergersi completamente in un racconto per immagini, trasformando la proiezione da gesto di “offerta” – dallo schermo allo spettatore – in una forma di “complicità”. Oltre a raffinare il suo “montaggio narrativo”, Griffith sostituì la forte mimica del cinema delle attrazioni con una forma molto più attenuata e puntuale, adatta al nuovo rapporto di stretta “vicinanza” tra lo spettatore e l’immagine dell’attore. mv5bmzmynjjlzwetngzlzc00m2e5ltkwmdctmzc1mjq0mgjknjy4xkeyxkfqcgdeqxvymduyotuynq@@._v1_Florence Lawrence, guidata dalle direttive di Griffith, iniziò a confrontarsi con una recitazione sempre più moderata e deputata a varie parti del corpo in base alla messa a fuoco della macchina da presa. Griffith iniziò ad inquadrare il corpo umano più da vicino, moltiplicando l’uso dei primi e primissimi piani: ogni parte del corpo divenne visibile attraverso il potente occhio tecnico del cinema, e quindi chiamata a partecipare, anche singolarmente, all’azione in scena. L’uso del primo piano ebbe anche il merito di rendere riconoscibili gli attori, anche attraverso i più piccoli particolari del viso, così la Biograph ricevette migliaia di lettere dei fan di Florence Lawrence che chiedevano il nome della bella “girl with the little cleft in her chin”.

La carriera di Florence Lawrence fu segnata a tutti gli effetti dai nomi a lei attribuiti dal pubblico affezionato al suo volto e, soprattutto, dalle case di produzione per cui lavorò. “The Biograph Girl” fu un nome acquisto quasi per “appartenenza” alla Biograph Company, un’usanza parecchio diffusa all’interno di un capillare sistema produttivo come quello hollywoodiano,  ancora poco interessato a investire nei propri attori e più incline a farne dei manufatti di propria creazione.

Il momento della svolta, per l’attrice, giunse con il licenziamento dalla Biograph – una volta scoperti i suoi tentativi di passare alla concorrenza – e ridefinì i confini di tutta l’industria cinematografica hollywoodiana. Ad ostacolare gruppi produttivi più grandi, image-placeholder-titlecome la Motion Picture Patents Company, che comprendeva, tra le altre, Edison, Biograph e Vitagraph, furono le piccole case di produzione indipendenti come la Indipendent Motion Company of America (IMP), che accolsero Florence Lawrence tra le loro filaCarl Leammel, presidente e proprietario della IMP, grazie a un’ingegnosa e fortunata trovata pubblicitaria, diffuse in forma anonima la notizia della morte prematura di Florence Lawrence, avvenuta in un incidente stradale, per poi smentire ufficialmente la notizia pubblicando una foto dell’attrice, con tanto di nome, e rassicurando il pubblico dei fan facendone la protagonista del successivo film del marchio IMP. Leammel le organizzò addirittura una tournée pubblicitaria, nel 1910, che consacrò definitivamente l’attrice anche oltre i confini hollywoodiani.

L’immagine ormai pubblica di Florence Lawrence le garantì a pieno titolo una poltrona d’onore nel firmamento cinematografico americano, e non solo. La sua popolarità ne fece un modello esistenziale e un modello cinematografico allo stesso tempo, capace di fare la fortuna o il fallimento di una pellicola grazie alla sua presenza o la sua assenza tra gli interpreti.florence-lawrence-1908-portrait Ma il fenomeno del divismo andava oltre, generando un modello dall’ibrida forma che finiva per slegarsi dall’attore in carne ossa e abitare in più oggetti e in più luoghi: Florence Lawrence poteva essere vista al cinema o nell’affollata piazza di St. Louis, ma poteva anche essere comodamente acquistata e messa in casa per un consumo più quotidiano (bastava procurarsi un numero della famosa rivista Motion Picture Story Magazine). In un autentico parallelo spirituale, la sala cinematografica e la propria casa divennero luogo di culto pubblico e privato: la prima, una cappella capace di proiettare ai fedeli la presenza del loro idolo per immagini, la seconda, una teca per il proprio gruppo di “divinità” preferite. L’uso iconico dell’attore fece di Florence Lawrence una “diva” del cinema in senso proprio: una divinità creata dal pubblico e da uno spontaneo consenso, in un bellissimo rapporto di produzione finzionale reciproca tra pubblico stesso e cinema.

Florence Lawrence recitò negli anni in cui il divismo viveva ancora nella sua forma più primigenia e prima che Hollywood ne facesse un carburante indispensabile per mandare avanti tutta l’industria cinematografica. Un momento di inattesa fortuna per una donna “attore” e, di riflesso, per i canoni ancora poco definiti del mestiere di attore in senso lato. Soffrì molto nel passaggio dai silent ai talkies film e, dopo un traumatico incidente (un incendio sul set dove stava lavorando), ebbe difficoltà a tornare al lavoro e finì per essere dimenticata. Divorziò dal primo marito, col quale aveva addirittura fondato una propria casa di produzione, e fallirono anche i due matrimoni che seguirono. Nel 1936 le venne diagnosticata la mielofibrosi, una rara malattia del midollo osseo che le procurava episodi di forte depressione. Il 28 dicembre del 1938 Florence Lawrence ingerì una miscela letale di sciroppo per la tosse e veleno per formiche, lasciando poche righe:

«Dear Bob, Call Dr. Wilson, I am tired. Hope this works. Good bye, my darling. They can’t cure me, so let it go at that. Lovingly, Florence.

p.s. You’ve all been swell, guys. Everything is yours.»

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