Narrazioni di narrazioni: Marco Baliani e l’importanza del raccontare

Un Cineteatro Volta gremito accoglie con attenzione e curiosità uno dei padri del teatro di narrazione italiano, Marco Baliani, che per il pubblico pavese porta sul palcoscenico una particolare riflessione sull’importanza del raccontare e sulla propria esperienza esistenziale e professionale, con uno spettacolo che nasce dal suo ultimo libro: Ogni volta che si racconta una storia, edito da Laterza lo scorso anno.

Evidenziando l’importanza della forma orale nella trasmissione culturale di leggende e di storie, analizzando insieme al pubblico alcune esperienze concretamente vissute in qualità di insegnante di teatro e sottolineando l’importanza dell’assistere in prima persona all’esposizione di un racconto, in un intreccio indistinto di riflessioni, ricordi, aneddoti, miti, Baliani pone se stesso, la sua voce ed il suo corpo, al centro della scena, per trasfigurarsi agli occhi dello spettatore attraverso le immagini che crea ed alimenta. La sua è, volutamente, una lezione-spettacolo metanarrativa, che punta più ad una concreta condivisione dell’effetto scaturito dal potere del raccontare, attraverso un flusso di coscienza autoriflessivo ed autoriflettente, piuttosto che cercare di spiegare tale fenomeno da un punto di vista esterno – inevitabilmente falso e, quindi, automaticamente inefficace.

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L’unico interprete in scena va a braccio, è la sua fortuna ed allo stesso tempo il suo difetto più grande; è proprio così che egli ha la possibilità di creare una grande spirale in perpetuo movimento di sensazioni, attivando ciò che potrebbe essere definito, parafrasando Pasolini, come una serie composta da narrazioni di narrazioni. Ed è proprio questo che rimane nella mente e nel corpo dello spettatore: la possibilità di avvicinarsi di più alla propria storia ed alla storia nel quale è inserito, o meglio la consapevolezza maggiore nei confronti delle proprie infinite storie, che nel momento in cui verranno raccontate, oltre ad essere modificate da se stesse e dal narratore, potranno cambiare un poco anche il suo sguardo sulla vita.

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Ecco allora che la riflessione, iniziata da un uomo solo sopra un palcoscenico spoglio, attraverso la potenza del fare teatro da cui essa stessa nasce e di cui essa stessa si nutre, diventa pensiero collettivo, si trasforma come il suo interprete, autodimostrandosi vera e di una concretezza impensabile. Ne è un’ultima schiacciante prova l’esercizio-regalo che Baliani lascia al pubblico, quello della (è un suo termine) Luccicànza: ogni sera, prima di addormentarsi, pensare alla storia vissuta nella giornata appena conclusa, concentrandosi su quanti e quali eventi, anche apparentemente minuscoli o insignificanti, hanno provocato stupore in chi quella storia l’ha vissuta in prima persona, regalando quella meraviglia che, in fin dei conti, l’ha resa quantomeno unica.

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