Il mascheramento: dai rituali d’origine pagana ad Halloween

Diversamente da quanto si tende a crede, la festa di Halloween (legata alla festività per il giorno dei morti e di ognissanti), non è una festa importata dagli Stati Uniti ma è una tradizione di ritorno che fonda le sue origini negli antichi rituali pagani europei. Questi rituali sono profondamente legati al teatro, anzi si potrebbe dire che del teatro sono il luogo di nascita: il teatro non è esclusivamente arte, la concezione del teatro oltrepassa i confini dell’estetica, il teatro è una esperienza antropologica, pedagogica e identitaria. Il rito è un atto performativo destinato al raggiungimento di un obiettivo, attraverso i rituali si attuava la creazione di un mondo possibile/mondo altro all’interno del mondo reale, la stessa cosa che accade nel teatro, anche nel teatro contemporaneo. Il teatro non è solo uno spettacolo su un palco ma è teatro ogni volta che un mondo altro viene realizzato e vissuto come vero all’interno della realtà.

Ad oggi, come detto, (ri)abbiamo Halloween, festa importata ma con origine europea, la quale all’attualità ha perso il valore originale/rituale ma mantiene, dietro all’apparenza, ancora alcuni aspetti di tipo rituale performativo/teatrale. Le feste tradizionali per il giorno dei morti e ognissanti erano il punto d’ingresso alle celebrazioni e ai riti che conducevano al natale, rappresentavano l’accesso al periodo invernale, periodo di buio e di paura che ha stretti legami con la morte: l’inverno è il momento in cui è continuo il contrasto tra luce e buio, in cui tradizionalmente la barriera tra vivi e morti decade e vivi e morti entrano in contatto e dialogano. Queste feste erano il primo di una serie di elementi performativi/rituali (e quindi teatrali), nati dalla tradizione pagana, come riti per esorcizzazione la paura della morte (nel medioevo, periodo di origine delle celebrazioni, non era solo simbolico, la stagione invernale era il momento di maggiore mortalità), la volontà e quindi il tentativo di accendere una luce – la vita –  nel dominio del buio – la morte.

Uno tra gli elementi maggiormente caratterizzanti di questi riti, che Halloween ha mantenuto in comune con la successiva festa invernale del carnevale, è indubbiamente il mascheramento. Il mascheramento della modernità è di tipo mimetico/imitativo ma è fortemente distante, anzi, ha perduto quasi completamente ogni legame con la dimensione rituale/religiosa originaria. Il mascheramento originario serviva a concretizzare e rendere percepibile il mondo altro, l’aldilà, era la manifestazione visibile di qualcosa non visibile e sconosciuto. Le maschere tradizionali sono mostruose, zoomorfe, ispirate alla natura (durante il periodo invernale erano frequenti riti di fertilità con la funzione di esorcizzazione della paura e per favorire la rinascita: invocazioni alla natura per ottenere un inverno non troppo rigido e dei successivi raccolti fiorenti al ritorno della primavera) nascono dalla ibridazione delle forme esistenti e viventi, diventano manifestazioni delle energie terrene, mostrano ciò che ordinariamente si nasconde ma che l’uomo sente il bisogno di guardare, e di conoscere. Ad oggi permane soltanto (relativamente) il mascheramento in chiave orrifica, lascito della volontà di avvicinarsi alla morte, il mascheramento rappresenta la manifestazione della morte stessa, l’evidenza dell’incontro tra ciò che è vivo e ciò che non lo è (non lo è mai stato/non lo è più), la creazione di un mondo possibile in cui il mondo reale supera la soglia, la ricerca di una zona liminale in cui vita e morte possano entrare in dialogo. In particolare, coloro che soprattutto si mascherano e vanno alla ricerca di doni (e il dono non è mai gratuito, il dono è uno scambio: è l’istituirsi di un rapporto di reciprocità, lo scambio tra dolcetto e scherzetto è un equivalente “giocoso” del patteggiare con la morte la possibilità di continuare a vivere) bussando alle porte (la soglia) sono i bambini, anch’essi rappresentanti del dialogo tra vita e morte, perché nell’infanzia vi è, difatti, una duplice valenza: i bambini sono nati da poco e quindi ancora molto vicini al nulla, alla morte, ma allo stesso tempo ne sono i più distanti perché coloro che hanno la maggior parte di vita ancora da vivere.

Il mascheramento tradizionale si mantiene però in alcuni luoghi di conservazione: feste, celebrazioni, figure tradizionali, la cui osservazione può aiutare a comprendere di cosa si tratti. Osservando alcuni esempi provenienti da diversi luoghi europei, seguendo la cronologia del calendario delle festività invernali, è possibile ritrovare tratti similari o ricorrenti in zone anche geograficamente distanti:

  • Celebrazioni del periodo natalizio – Finlandia

Il 13 gennaio, Nuuttipäivä (giorno di san Canuto), il Nuuttipukki (Capro di Nuutti, o Capro di Canuto), figura caprina simbolica dei riti di fertilità (giovani vestiti con una pelle di capra rovesciata a cui legano solitamente dei campanacci, una maschera di pelle o corteccia di betulla e delle corna) entrava in ogni casa nei villaggi finlandesi esigendo doni (cibo e alcolici) in cambio della benevolenza degli spiriti e spaventando i bambini a causa delle sue fattezze orrifiche. La tradizione vive ancora nelle aree di Satakunta, Ostrobotnia e alcune zone della Finlandia sud-occidentale.

Nuuttipukki_
Nuuttipukki, fronte e retro
  • Celebrazioni del periodo natalizio – Pernik, Bulgaria.

Originariamente legate al periodo natalizio, in particolare ai giorni tra natale e Jordanovden (da Jordan, Йордан, Giovanni e den, ден, giorno, letteralmente giorno di Giovanni, celebrazione ortodossa del battesimo di Gesù da parte di san Giovanni Battista nelle acque del fiume Giordano, cade il 6 gennaio stesso giorno della epifania cattolica, ndr) sono le maschere Sourvakari (сурвакари) e Kukeri (кукери). Le cerimonie rituali, oggi celebrate tra fine gennaio e inizio febbraio, derivano da antichi riti pagani, le cerimonie agrarie dei Traci, riconducibili al culto di Dionisio e fanno parte della tradizione folkloristica bulgare. I rituali e il mascheramento sono legati al passaggio dall’anno vecchio al nuovo anno, sono riti per propiziare salute e fertilità dei raccolti, simboleggiano la volontà di scacciare la morte e la preparazione per un nuovo inizio. Nel 2015 l’Unesco ha dichiarato le celebrazioni di Pernik e le maschere Survakari e Kukeri patrimonio dell’umanità.

Kukeri
Kureri
Survakari
Sourvakari
  • Epifania – Nikissiani, Kavala, Grecia

Il giorno dell’Epifania a Nikissiani, nelle vicinanze di Kavala, si celebra un rituale nel quale sono protagonisti gli Arapides maschere imponenti ricoperte da pellicce nere di pecora e che portano delle grosse campane legate alle cinture. Gli Arapides attraversano il villaggio suonando i campanacci per scacciare gli spiriti maligni e visitando tutte le case per augurare prosperità e fortuna per il nuovo anno ai proprietari. Sono seguiti da musicisti e ballerini che danzano nei cortili delle case. I proprietari donano cibo e Tsipouro (bevanda alcolica prodotta da uva distillata) per ringraziarli, chiunque può bere e mangiare con loro per ricevere fortuna.  Infine, i due Arapides leader del gruppo combattono fino alla caduta di uno dei due, tutti poi si riuniscono in un rituale che termina con la risurrezione dei morti e una caratteristica danza frenetica. Secondo la tradizione, lo spettacolo simboleggia la morte di Dioniso da parte dei Titani e la sua resurrezione da Zeus e in parallelo la morte della natura, con l’inverno, e la successiva resurrezione con la primavera in arrivo.

Arapides
Arapides durante il loro percorso
  • Straw Bear Day – Feinland, Inghilterra

Nel Fenland, In una piccola area ai confini della Huntingdonshire e Cambridgeshire, ai primi di gennaio si celebra lo Straw Bear Day (il Giorno dell’Orso di Paglia). Questa festa celebra l’inizio dell’anno agricolo in Inghilterra ed è legata ai riti di fertilità. Un uomo coperto di paglia (la cui figura potrebbe derivare dall’Uomo Selvaggio del carnevale medievale) entra in ogni casa per propiziare un buon raccolto con la danza dell’Orso, ricevendo in cambio cibo o birra come dono. Oggi la festa si svolge a Cambridgeshire: tre Straw Bear sono portati in processione dai rispettivi domatori, seguiti da danzatori e musicisti e contadini. La festa dura tre giorni e al termine l’orso viene bruciato (Bear Burning), la maschera sarà rifatta con la paglia del raccolto dell’anno nuovo. Celebrazioni simili ma festeggiate successivamente, in occasione del carnevale, si possono trovare in Germania a Walldürn vicino a Francoforte oppure in Italia a Valdieri (CN) con l’Orso di Segale del carnevale alpino.

strawbear
I tre Straw Bear in processione
  • La caccia dell’orso – Mompantero di Urbiano, Italia
Orso
Orso a cui  viene versato del vino tramite imbuto

Simile alla precedente ma in questo caso l’orso è travestito di pelliccia, non di paglia. A Mompantero di Urbiano, nella Bassa Valle di Susa nei primi giorni di febbraio, per la festa di santa Brigida, si celebra il rito della caccia e del ballo dell’orso, animale dalla forte valenza simbolica. L’orso, incatenato, viene trascinato dai cacciatori, percosso con dei bastoni e fatto ubriacare con del vino versato tramite un imbuto, per ridurne le forze. Sarà poi una ragazza, “la più bella del paese”, a domare definitivamente l’orso, ballando assieme a lui. Il ballo rappresenta il modo di esorcizzare il male: domando l’orso, simbolo della bestialità, la comunità allontana la morte e il dolore. L’orso è l’equivalente simbolico dell’Uomo Selvatico, la figura della fanciulla invece potrebbe derivare dagli antichi sacrifici dei contadini per la dea Artio, un rito di conciliazione tra il selvatico e l’uomo. Un’altra lettura è quella del rito di fertilità associata all’energia sessuale dell’uomo, vicina alla tradizione medievale dell’Uomo Selvaggio rapitore di fanciulle.

  • Kurentovanje, Pust – Ptuj, Slovenia

Il Kurentovanje è una celebrazione che avviene durante il pust, carnevale, a Ptuj, una cittadina slovena. Peculiare della manifestazione è la maschera del Kurent: figura risalente ai rituali pagani, essere soprannaturale che combatteva l’inverno, annunciava la primavera e propiziava fertilità e un buon raccolto. Il Kurent indossa pelle di pecora, cinque campanacci legati alla vita e un copricapo di pelliccia decorato con corna, piume e nastri colorati. Porta una maschera di cuoio decorata con un lungo naso, i denti riprodotti con fagioli bianchi e una lunga lingua rossa di cuoio. Indossa infine le gamaše, calze pesanti di colore rosso. I Kurenti si muovono in gruppo spostandosi da casa in casa danzando e facendo risuonare i campanacci per scacciare gli spiriti maligni, vengono accolti nelle abitazioni e ricompensati donando loro del cibo. Per garantirsi fortuna in amore, le ragazze nubili donano ai Kurenti un fazzoletto da legare allo ježevka, bastone che portano con sé e coperto da aculei di riccio in cima. Nei loro spostamenti sono accompagnati da altre figure quali gli orači (aratori), i pokači che scacciano i demoni e l’inverno facendo schioccare le loro lunghe fruste e il pobirač (colui che raccoglie) che chiude il gruppo.

Kurenti
Kurenti con pellicce di colori differenti
  • Carnevale – Podence, Portogallo

A Podence, nelle vicinanze di Macedo de Cavaleiros e a 40 km da Bragança, durante le celebrazioni carnevalizie, uno tra gli eventi più importanti e sentiti, i giorni di domenica grassa e martedì di carnevale compaiono i Caretos, figura diaboliche, personaggi abbigliati con vestiti variopinti coperti di frange e con maschere dal naso appuntito fatte di latta, legno o cuoio. Portano campanacci legati alle cinture e si muovono urlando per il borgo, disturbandone la tranquillità, alla ricerca di ragazze con le quali danzare o da tormentare. I Caretos sono seguiti nei loro percorsi da dei “Caretos più giovani” chiamati Facanitos che ne imitano le gesta e che garantiranno, mascherandosi, la continuità della tradizione.

Caretos
Caretos Facanitos
  • Carnevale – Lötschental, Svizzera

Nel Lötschental valle laterale del versante nord del canton Vallese, all’inizio di febbraio, dall’indomani della festa della Candelora fino alla mezzanotte di martedì grasso si festeggia il carnevale con le caratteristiche Tschäggättä, maschere in legno di pino cembro coperte da abiti di pelli di capra o di pecora e con una campana allacciata alla cintura. Durante queste celebrazioni le maschere si aggirano per villaggi inseguendo le donne e strofinando i guanti intrisi di neve sui loro volti, le Tschäggättä sono legate a riti di fertilità e alla sfera sessuale.

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Tschäggättä in cammino verso i villaggi
  •  Egetmann – Alto Adige, Italia

L’Egetmann è una sfilata di carnevale tipica nell’area dell’Oltradige-Bassa Atesina in Alto Adige, si svolge nel giorno di martedì grasso solamente negli anni dispari. Le maschere caratteristiche della celebrazione derivano dal simbolismo pagano della primavera che sconfigge l’inverno e sono: il Wilder Mann, l’Uomo Selvaggio, il cui aspetto orrifico e riconnesso alla natura è dato dal vestirsi con una pelle di coniglio (con due fori per gli occhi) ricoperta da stracci e foglie di edera, l’orso bianco e l’orso bruno e lo Schnappvieh (o Wudele), figura mostruosa e elefantiaca (mossa da un gruppo di persone) ricoperta di pelli e con corna e grandi mandibole che si muove alla ricerca di prede. Il selvaggio è seguito dal cacciatore che a fine percorso lo uccide, mentre lo Schnappvieh è seguito dal macellaio che lo uccide per prenderne le carni, entrambi rappresentano simbolicamente la morte dell’inverno.

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Schnappvieh con teste differenti.
  • Rito de Gl’Cierv – Castelnuovo al Volturno, Molise

In Molise, a Castelnuovo al Volturno, frazione di Rocchetta al Volturno (IS), durante l’ultima domenica di carnevale si celebra il rito de Gl’Cierv (il rito dell’Uomo Cervo). L’evento si riconnette alla tradizione pagana dionisiaca del passaggio tra le stagioni rappresentato in maniera cruenta: per la nascita della natura è necessaria una morte sacrificale. Il rito serve a sconfiggere le paure della morte e della natura violenta dei periodi invernali. La maschera peculiare della celebrazione è Gl’Cierv: di aspetto bestiale, coperto di pelli di capra, con il volto e le mani dipinte di nero, indossa imponenti corna di cervo sul capo e porta, legati al corpo, grandi campanacci che servono a manifestare la sua forza feroce.  Il cervo è accompagnato dalla Cerva sua compagna (mascherata in egual modo ma senza le corna), entrambi finiranno uccisi ma saranno poi restituiti alla vita dal soffio vitale del cacciatore, soffio magico che dona vita purificata. Il cervo assume simbologie ambivalenti: è distruzione ma anche fertilità, è morte ma anche rinascita.

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Gl’Cierv e Cerva
  • Carnevale – Mamoiada, Sardegna, Italia

Festa celebrata a Mamoiada (NU) in Barbagia e legata al folklore sardo, ha come caratteristica peculiare la sfilata di Mamuthones e Issohadores. Entrambi sono manifestazioni di un mondo altro primitivo, i Mamuthones indossano pelli di pecora scura e delle maschere nere, richiamano l’animalesco e il mostruoso e, anche per mezzo dei campanacci posti sulla schiena e fatti risuonare attraverso il caratteristico modo di procedere (una camminata non umana che assomiglia ad una danza) si caricano di valenza mortifera, gli Issohadores hanno aspetto maggiormente antropomorfo, indossano una maschera bianca, altro simbolo della morte e dell’aldilà, guidano il procede dei Mamuthones e cercano, attraverso un lazo, di catturare le donne: ritorna l’elemento del sacrificio e del compromesso, è necessario un dono per ottenere protezione e benevolenza, oltre che l’associazione tra fertilità agricola e sfera sessuale.

Marmoiada
Mamuthones Issohadores
  • Carnevale – Ottana, Sardegna, Italia

Altro carnevale sardo e barbaricino, a Ottana (NU), perpetua la tradizione agropastorale. Il complesso delle maschere carnevalizie di Ottana raffigura il mondo bestiale e animalesco e simboleggia la contrapposizione tra il selvatico e l’uomo. Le principali tra queste sono Sos Boes (i buoi), che indossano pelli di pecora e campanacci e hanno il volto coperto da maschere con fattezze di bue e lunghe corna (caratza) spesso decorate con simboli di fertilità, i quali vengono inseguiti da Sos Merdules (guardiani dei buoi), coperti anch’essi di pelli di pecora bianca e con una maschera nera che evoca fattezze umane ma è deforme e con bocca digrignante: richiamano i boes con su matzuccu, un bastone, e tentano di addomesticarli con sa soca, una fune. Altre maschere derivanti dal mondo animale/selvatico sono: Su Molente (l’asino), Su Cervu (il cervo) e Su Beccu (il caprone). Ulteriore maschera, unica figura femminile del carnevale (interpretata comunque da un uomo) è Sa Filonzana, una anziana deforme resa di aspetto orrifico dalla maschera e che procede zoppicando e filando la lana. È rappresentazione antropomorfa della morte: il filo che tesse è la vita, Sa Filonzana taglia il filo davanti a coloro che non le offrono dei doni (cibo e da bere), evidente è il legame con le Parche della tradizione greca. Durante la manifestazione ordina la morte ai Boes i quali cadono al suolo per poi successivamente rialzarsi e riprendere il loro procedere, il rituale simboleggia il ciclo della vita.

Ottana
Nell’ordine: Su Merdule, Su Boe Sa Filonzana
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