Halloween rosa sangue: tre horror per tre registe

Ritengo che il cinema sia, oggi più che mai, un mezzo d’espressione emancipatorio: vi è una democraticità di fondo che permette a chiunque voglia trasmettere un messaggio di farlo attraverso il mezzo audio-visivo, sia che parta da un intento documentaristico che da uno di finzione. Tra le tanti voci minoritarie del secolo scorso che hanno potuto esprimersi attraverso il cinema, spicca quella delle donne. E se ancora il mondo dello spettacolo porta con sé evidenti disparità di trattamento, ciò non ha impedito ad una classe di registe di emergere sulla scena internazionale. Non ho intenzione di parlarvi delle solite note, bensì vi porto tre esempi di visione femminile del cinema di genere, tradizionalmente dominato da registi maschi. Più in particolare, vi parlerò di tre film horror recenti, tutti diversi per provenienza, che propongo come possibili visioni per il giorno di Halloween. Non pensate ai soliti, banali slasher, infarciti di jump-scares e con le final girls come protagoniste; a prevalere, in questi tre casi, è una volontà di rottura con la narrazione e la messa in scena tradizionale, che porta ad esiti felicemente spaventosi. Procediamo con ordine, dal più noto al meno noto.

La risonanza che ha avuto nel nostro paese The Babadook di Jennifer Kent, uscito nel 2014 in Australia, è stata a scoppio ritardato; approda infatti nei multisala italiani solo un anno dopo la sua uscita effettiva, già forte di svariate partecipazioni a festival internazionali. Quella che può sembrare la più classica delle ghost-stories, impostata sul canovaccio dell’entità malefica che tormenta un’abitazione, si innesta su un dramma famigliare che ruota intorno al lutto per la perdita della figura paterna. Madre e figlio sono i protagonisti di uno scontro costante, dove dominano l’incomprensione reciproca e la fragilità psichica di entrambi, in un crescendo di confusione tra piano reale e soprannaturale. Il gioco psicologico e metaforico della Kent prende forma quasi subito: l’essere maligno che assume le sembianze di una creatura folkloristica rappresenta il padre scomparso, e si alimenta a fasi alterne dei bisogni affettivi del bambino, dei sensi di colpa della madre, che fa del diniego del lutto la sua arma principale, e della paura di entrambi.

Se l’intento narrativo è chiaro, fare dell’orrore un mezzo più che uno scopo, altrettanto nette sono le scelte estetiche; dall’iniziale proposito di girare tutto in bianco e nero, la Kent arriva ad utilizzare una tavolozza dominata da luci ed ombre contrastanti su un grigiume diffuso, mentre la predilezione per l’artigianalità deriva dallo scarso uso di CGI in favore della tecnica stop-motion per animare il mostro. Si può dire che l’impronta registica sia decisiva nel dare spessore a una storia terribilmente abusata (si veniva infatti dal boom di The Conjuring, 2013) ed altrimenti banale, senza tralasciare una messa in scena che le ha permesso di elevarsi al di sopra della mediocrità cui oggi si conformano i prodotti di genere che arrivano sul mercato.

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Con Raw (Grave, 2016) passiamo dai labirinti della psiche alla concretezza della carne. L’opera prima di Julia Ducournau non ha fatto scalpore solo per la scabrosa tematica affrontata, ossia il cannibalismo (già al centro di un intero filone di genere a partire dagli anni ’70), quanto per la capacità di rileggerlo in chiave autoriale. Ambientato in una scuola veterinaria belga, il film pone al centro della vicenda Justine, che da convinta vegetariana vede emergere, a seguito di un rituale di “iniziazione” collegiale, il suo lato carnivoro insieme a delle tendenze cannibaliche. L’insaziabile desiderio di carne di una ragazza nel suo periodo di pienezza vitale sembra a tratti intrecciarsi al corrispettivo desiderio sessuale; l’ottica è pienamente materialistica, non essendo previsto alcun freno di natura etica o affettiva. Ci si trova di fronte alla rappresentazione di un impulso schopenhaueriano: neutro, indiscriminante (perfino verso lo stesso individuo che lo ospita), immotivato, che nel suo sfogo non fa che auto-alimentarsi, costituendo lo stimolo supremo ad agire.

La gestione dei tempi e degli spazi fa sì che l’orrore si manifesti gradualmente, scoperchiato come un vaso di Pandora, attraverso modalità non eccessivamente voyeuristiche, sempre riportate a un realismo che le rende ancora più tremende. C’è tuttavia un elemento su cui la regista francese insiste, a partire dall’impianto fotografico: il sangue. Questo fluido diviene il collante fra tutte le dimensioni – medica, biologica, rituale, erotica – che si fanno strada gradualmente nella testa dello spettatore. Neanche il breve controcanto poetico di una meravigliosa sequenza che si svolge sulle note di “Ma che freddo fa” ci salva da una sensazione di impotenza; il film non ammette catarsi, grazie a una messa in scena controllatissima e gelida nel rappresentare un istinto bestiale.

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L’ultima opera può essere considerata una sorta di compromesso fra le due visioni proposte dalle registe precedenti; si tratta di Goodnight Mommy (Ich Seh Ich Seh, 2014), pellicola, quasi inedita in Italia, della regista austriaca Veronika Franz. La storia riprende ancora una situazione famigliare in cui è assente la figura paterna, coinvolgendo questa volta due gemelli diffidenti verso la madre, reduce da una chirurgia plastica facciale. Sin dalle prime sequenze ad emergere è anche l’ambiente, decisivo per l’attivazione dei meccanismi simbolici della storia: quasi tutto si svolge unicamente in una grande villa immersa nella natura, dove a dominare sono i silenzi dei boschi labirintici (dove le identità non possono che smarrirsi) e il brulichio delle creature del sottosuolo (gli scarafaggi, plausibilmente una metafora dell’inconscio). Nonostante sia ancora una volta una psiche disturbata il fulcro dell’azione, il ricorso a segmenti onirici è ridotto, in favore di una violenza fisica dolorosamente concreta.

Questo tipo di horror può essere a pieno titolo catalogato come slow-burn, una modalità di narrazione che ultimamente va per la maggiore: lo svolgimento è lento, gli avvenimenti non sono veri avanzamenti nella trama, quanto più tessere di un mosaico che viene lentamente composto in vista dell’escalation finale. Il lavoro sulle emozioni in gioco deve essere dunque meticoloso e al contempo incisivo, perché su quello si gioca l’intera valutazione del film; in questo caso la verità tragica dei personaggi, in particolare l’ambiguità del ruolo materno, traspare sempre, per poi emergere interamente a visione ultimata.

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In definitiva, scegliendo per Halloween uno di questi tre film significa aprirsi delle porte su nuove prospettive cinematografiche, visioni al femminile di mondi terribili e distorti che, come ha sempre tentato di fare l’horror, ci rimandano le nostre emozioni primigenie purificate dalla paura.

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