Di galli parlanti ed elefanti nani. Ovvero: come ridere della post-verità

Si fa un gran parlare di post-verità e dei pericoli che essa comporta. Parlarne è diventato un raffinato escamotage per distinguersi da una non meglio specificata massa di poveri creduloni ignoranti. Ma non vi è nulla di nuovo in palle che resistano alla prova dei fatti, né tantomeno la storia del mondo è priva di pagine che documentino i dannosi effetti delle non-verità assunte come vangelo. Ciò che cambia, al massimo, è quanto velocemente esse si diffondano e come ne parliamo; e se ne parla, più o meno regolarmente, anche e soprattutto nel consumo audiovisivo di massa. Verrebbe da pensare che i Simpson prima e i Griffin poi (e tutta una scuola di animazione susseguente) siano i baluardi dell’intrattenimento che hanno fatto dello sbeffeggiamento delle fallacie democratiche il loro cavallo di battaglia. Ma come spesso accade nella storia dei grandi nomi, vi sono anche dei poco conosciuti predecessori contraddistinti da una originalità e da una elegante sintesi che nemmeno la sesta stagione dei Simpson (o la terza dei Griffin) può sperare di eguagliare: parliamo di Walt Disney e Chuck Jones. Va bene, definire questi due signori “poco conosciuti predecessori” non è un errore. È un crimine. Ma due dei loro cortometraggi in questione sono indubbiamente semi-sconosciuti al grande pubblico e meritano un’attenzione e una rivisitazione oggi più che mai d’obbligo.


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L’articolo è stato pubblicato il 10 giugno 2017 sul sito http://inchiostro.unipv.it/

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